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Psicoterapia e Psicoanalisi

Quattro Domande a Romeo Lucioni

Mi hanno posto alcune domande, relative ai fatti di abuso, di violenza giovanile e non e di criminalità efferata (anche i fenomeni di “satanismo”), alle quali cercherò di rispondere.
 
La normalità … proprio perché non ci sono più regole è la vera follia?
Non credo che non ci siano più regole, anzi. La nostra società ha organizzato il proprio sistema educativo sull’oppressione e sull’imposizione di regole, leggi e pene (vedi anche il caso delle tossicodipendenze).
Io credo che la “mancanza” riguarda il problema della comprensione della struttura e dell’evoluzione-sviluppo psico-mentale.
La concezione illuministica ancora domina la nostra cultura, anche sulla base delle concezioni classiche che hanno portato a privilegiare la razionalità sulle altre funzioni-qualità della mente (quelle emotivo-affettive).
Ancor oggi si pensa che la razionalità e le capacità mentali siano determinate da un quid genetico-ereditario o da un patrimonio personale. Però ormai dobbiamo ricrederci e, quindi, cercare i modelli dello sviluppo psico-affettivo oltre a quelli inerenti lo psico-cognitivo.
L’affettività è un qualcosa che si va organizzando nella vita psichica a partire dai due anni (l’autismo comincia intorno al 24esimo mese) per seguire un processo veramente complesso che richiede la formazione degli oggetti e tra questi l’oggetto genitoriale.
Da qui la necessità del bambino di poter contare sul riferimento alla figura paterna oltre a quella materna.
Abbiamo potuto mettere in evidenza che la personalità borderline può essere evidenziata come risultato della impossibilità di strutturare un buon rapporto con questo “oggetto doppio” (madre-padre). La sintomatologia, in questi casi, risulta molto caratteristica perché dominata da:
         odio nei confronti della figura paterna;
         anestesia affettiva;
         spiccato egocentrismo;
         forti sentimenti di onnipotenza, basati su una “mentalizzazione” che significa possedere una “spiccata furbizia” che rende superiori a tutti (“essere Dio”);
         profondi sensi di intolleranza nei confronti del mondo intero e delle persone, globalmente riconosciute come incapaci, indegne e immorali;
         spiccata tendenza all’isolamento ed al rifiuto delle responsabilità personali;
         facile fuga dalla realtà ed all’uso del “acting out”;
         sentimenti di incapacità e di inadeguatezza soprattutto riferiti alla relazione interpersonale;
         incapacità di riconoscere i propri errori anche se il soggetto si vive come “diverso” (sentimento che non porta ad una auto-valutazione negativa).
 
Se analizziamo i quadri psicopatologici delle persone che arrivano a commettere crimini anche molto atroci troviamo:
         spiccata freddezza emotiva di fronte a fatti anche raccapriccianti;
         anestesia affettiva che sfiora la più assoluta indifferenza;
         egocentrismo predominante ed asfissiante;
         senso assoluto di superiorità ed onnipotenza che si evidenzia come furbizia (mentalizzazione ed intuizione)
Questo sentimento è caratteristico in quanto questi soggetti si sentono d’aver escogitato uno strategia (che dal di fuori sembra del tutto ingenua, inefficace ed anche poco realistica) assolutamente sicura, che metterà al riparo di fronte alla “poca capacità intellettiva” degli inquirenti.
Tutte queste caratteristiche possono quindi essere riferite ad una particolare personalità che si è strutturata sulla base di difficoltà nelle relazioni primarie determinate da problematiche intrapsichiche del soggetto (poco influenzabili dai genitori).
La cosa veramente importante è che la sindrome borderline è una psicopatologia che sta dilagando all’interno della società, anche se all’esordio è poco riconosciuta come “disturbo grave” proprio perché i pazienti, difesi da una certa superiorità intellettiva, passano come “diversi”, stravaganti intelligenti ed anche con qualche segno di genialità.
Si può far convergere il borderline con l’autismo di Asperger e, in questo va ricordato che grandi uomini, tra i quali Einstein, sono erroneamente definiti autistici solo per le loro “stravaganze”.
Da queste considerazioni credo che il problema dei nuovi-criminali, non sia da accostare al problema dei valori, ma, al contrario, ad una società che non ha ancora capito che attiva delle modalità per le quali:
         inibisce una valida organizzazione psico-mentale affettiva;
         disconosce e distrugge il ruolo fondamentale del padre, portando a deformare anche quello della madre;
         non sa assumersi una diretta responsabilità di fronte a chi si sente “diverso” e che, mentre rifiuta di essere considerato “disturbato”, reclama fortemente il diritto di essere accettato ed anzi che gli si dia un posto di privilegio e che non gli si chieda di “cambiare”.
Il problema dei “diversi”, a mio parere, è veramente una questione essenziale per la nostra società che non può continuare ad adattarsi, ma deve prendere coscienza che deve definitivamente strutturarsi in una maniera nuova ed efficace.
Non è logico continuare a dare “pensioni” ai bambini disadattati, mentre, sulla base di una diagnosi precisa, bisognerebbe strutturare gli interventi adeguati per affrontare i vari e svariati problemi per arrivare ad un recupero.
Le esperienze in questo campo portano a dire:
         la psicoanalisi classica non è applicabile e non serve perché questi soggetti non sono in grado di strutturare dei legami relazionali solidi e stabili;
         bisogna applicare una psicoterapia di tipo relazionale che si accompagni a tecniche di psicodramma, di arti-terapia, di ippoterapia, di psico-educazione, in un quadro, quindi, multidisciplinare;
         sono fondamentali anche periodiche valutazioni per monitorare i cambiamenti necessari per attualizzare gli interventi;
         ricordare che i farmaci possono solo aiutare nei momenti critici, ma non riescono ad incidere sui disturbi psico-affettivi di base.
Molto interessante è anche segnalare che questi soggetti, definibili come “caratteriali”, dimostrano sempre un atteggiamento psichico che li porta a colpevolizzare gli altri che, soprattutto, sono accusati di “non capire quanto siano loro a soffrire” (e questa è una accusa contro una “cattiva volontà” … “proprio perché non lo vogliono e non perché non possano”) , anche quando siano loro a causare angosce, dolori e sofferenze ai loro famigliari.
L’accusa è rivolta anche contro il terapeuta che “definito alla stregua di un Lucifero” viene abbandonato senza particolari motivi ed in qualsiasi momento.
 
Si uccide perché non si riesce ad elaborare l’odio?
Il problema dell’odio è sempre molto primitivo. Il bambino nasce non con la capacità di amare, ma con un astio istintivo che viene riferito al dolore per essere stati tolti dal nirvana paradisiaco dell’utero materno.
Questo “odio primordiale” può essere ben osservato nella terapia dell’autismo, manifestandosi come “paura fobica di distruggere il mondo”.
Il superamento dell’istinto di odiare avviene intorno ai due anni, quando si comincia ad organizzare il “sistema affettivo” con un “amore narcisistico” che riguarda la capacità di ricevere e dare “piacere”.
Sulla base delle esperienze di relazioni interpersonali, rapidamente la “libido dell’Io” passa a diventare “libido oggettuale” che è rivolta all’Altro (Freud).
La vera strutturazione dei sentimenti d’amore avviene poi con l’elaborazione dell’Edipo, la organizzazione del “Totem” e con il riconoscimento del Padre-buono e di quella funzione che Lacan ha chiamato il “Nome del Padre”.
In questo “amore adulto ed evoluto” c’è tutto il contenuto della scoperta dei valori e, quindi, di quei sentimenti carichi di una “ecologia della mente” che vede il Sé compromesso nei sentimenti di generosità, di rispetto, di riconoscenza, di riconoscimento del diritto dell’altro ad essere ed a ricevere pari opportunità.
Tutto questo fa parte del normale sviluppo psico-affettivo per cui, se nell’individuo restano sentimenti di odio (che non siano giustificati da esperienze gravissime) bisogna pensare ad un alterato sviluppo psico-affettivo.
Questo impone una riflessione sulla colpevolezza e, quindi, sulla responsabilità in caso di comportamenti delittuosi.
Credo che non ci siano dubbi che un adulto, che abbia raggiunto una valida capacità razionale, sia investito dalla responsabilità di apprendere l’auto-controllo e la necessità inderogabile di rispettare le leggi naturali e morali, oltre a quelle dei codici.
Resta comunque una responsabilità della società che è culturale ed anche scientifica. Per tanti decenni (a partire … dall’illuminismo, ma sicuramente anche da molto prima) abbiamo inneggiato alle capacità razionali, ritenendo debolezze da femminucce le spinte emotivo-affettive. Oggi ci troviamo di fronte al fenomeno drammatico dell’abuso e della violenza e a quello veramente anti-umano che, nella sua massima espressione, diventa il terrorismo catastrofico e degli “uomini-bomba”. I fatti della quotidianità ci portano a chiederci … quando ci decideremo a creare le basi culturali, conoscitive e scientifiche per addestrare i genitori, i docenti, gli specialisti, ecc. ecc. ad una “educazione timologica”?
 
Manchiamo di quel senso del Noi?
La filosofia del Noi è qualcosa di trascendente che però ha poco a che vedere con le neuroscienze, la psicologia, la psicodinamica e la psicoanalisi.
Lo sviluppo psico-mentale (affettivo e cognitivo) porta l’Io a costituire un Sé (Io-ideale di Lacan) che contiene tutte le caratteristiche affettive e timologiche che riguardano l’amore verso Sé, verso l’Altro, verso la Natura, le cose, ecc. ecc.
Ci sono situazioni psicopatologiche che portano il soggetto a ipervalorizzare l’Altro perdendo di vista il Sé e questo viene riferito alle situazioni caratterizzate da … “mettere la colpa dentro”, vale a dire auto-colpevolizzarsi (depressione).
A volte si verifica anche una rinuncia del Sé per ipervalorizzare il Noi e così potremmo trovare mille sfumature personalistiche.
Sta di fatto che chi non riesce a dare valore a se stesso, non potrà mai valorizzare veramente l’Altro che resterà sempre come un “oggetto perturbante” (per dirla con Freud).
Quando troviamo, nella pratica clinica, disturbi della strutturazione psico-affettiva, il punto di partenza è se,pre quello di risolvere i problemi dello sviluppo che partono dal riconoscimento di Sé, dei valori e degli affetti, del Nome del Padre e, soprattutto, dalle questioni fondamentali della costituzione dell’individuo.
Anche nei casi di criminali il problema non è quello di far scoprire loro i valori del Noi, ma di portarli a percorrere il sano e normale cammino dello “sviluppo psico-affettivo”. È un problema di programma riabilitativo, educativo e formativo, basato sulla organizzazione delle forze resilienti e dell’organizzazione timologica della personalità.
 
È un problema di cultura generale?
Dopo le spiegazioni date, credo che la risposta sia una sola: se vogliamo affrontare seriamente il problema dell’abuso e della violenza c’è una unica via che è quella di produrre una educazione-formazione fondata sui principi della timologia e della resilienza. Questi devono essere utilizzati per cambiare la cultura ed anche la struttura educativo-formativa a tutti i livelli.
Prima di tutto:
§ la famiglia – che deve tornare ad essere il fulcro ed il fondamento della società e nella quale deve tornare a primeggiare l’oggetto genitoriale fondato sui ruoli irrinunciabili sia del padre che della madre;
§ la scuola (a tutti i livelli) – che, centrata sul soggetto, non deve però imbottirlo di conoscenza e, tanto meno, soffocarlo di razionalità e di responsabilità. Queste vanno accompagnate con il riconoscimento delle spinte positive per crescere e per creare, con la valorizzazione dei principi fondamentali dell’amore, della riconoscenza, del rispetto, delle pari opportunità, dell’altruismo, della generosità e della comunione.
In questo lavoro educativo-formativo devono essere coinvolte anche le Istituzioni che, prima di tutto, devono far rispettare l’individuo, il più ancestrale diritto ad essere un soggetto, al rispetto del patrimonio e delle fatiche per raggiungerlo, le pari opportunità che non devono mai essere neppur lontanamente motivo di sopruso.
Le istituzioni devono anche definire con precisione e chiedere per questo un larghissimo consenso su:
         il ruolo della famiglia e della scuola;
         il diritto ad essere diversi e sul limite per l’accettazione se non vogliamo arrivare all’assurdo di avere una società di gruppi di diversi che lottano per avere il riconoscimento dei loro diritti;
         i fondamenti e le radici della società che vogliamo per noi e per i nostri figli;
         definizione chiara di cosa vogliamo per una democrazia moderna, rispettosa dei diritti e capace di definirsi nei consessi internazionali dove devono prevalere, senza le più piccole vacillazioni:
§ rispetto per la persona ed il diritto alla vita;
§ difesa strenua ed assoluta contro il terrorismo e la prevaricazione del diritto di ogni Paese ad esistere;
§ condanna di tutte le forme di attacco all’integrità della persona anche quando questa sia negata dalla definizione di “modelli culturali”.
 
 
ROMEO LUCIONI
 
 
Penso che talvolta accadano  eventi talmente sconvolgenti da farci desiderare prepotentemente che si tratti di aberrazioni per le quali si possa riconoscere una causa; non importa se genetica, culturale, sociale o psicodinamica, ma una causa che, una volta individuata, possa essere rimossa insieme alle sue conseguenze.
E se invece la natura umana, in una quota percentuale, nascondesse baratri insospettabili?
 
Margherita Levo Rosenberg
 
 
 
Al di là della verità deontologica del puro giornalismo considero eccessivi i particolari raccappriccianti che si forniscono nei telegiornali e sui quotidiani che alimentano l’idea del “tutto è possibile” ,dell’imitabilità di tali
situazioni,mentre in tutti noi dilaga l’idea disperata dell’inarrestabilità della violenza.
ELENA OPROMOLLA
 
 
 
Ho sempre pensato (almeno da quando ero giovanissima e già stigmatizzavo un tipo di cinema che definisco immorale) che i nostri pensieri  siano causa di ogni azione della nostra vita. Ma i nostri pensieri sono anche il prodotto di quel che scegliamo di vedere, di sentire, di leggere. E diventano eguali a quelli delle persone che scegliamo di frequentare. Ma cosa fanno, oggi, il cinema e la Tivù? Sono i deputati a far peggiorare l’umanità da quando, dopo qualche anno di vita, già è in grado di mettersi davanti al piccolo schermo per vedere solo porcherie.
Il male è sempre esistito, è vero.
Ma una volta, quando si andava a teatro, secoli fa, si vedeva la vita dell’eroe, che dava il buon esempio e che si sacrificava per gli altri. E oggi? Oggi è tutto spazzatura e più è osceno e sporco più produce quattrini.
Credo che il troppo facile sia sempre scacciato dalla mente dei complicati e quindi si vuole spiegare ogni cosa con tutto, fuorché con la cosa più evidente che ci sta sotto il naso.
 
Clara Negri

Romeo Lucioni

Romeo Lucioni

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