La Ricerca della Serenità

Ogni cosa è la stessa; ogni cosa è diversa.

Avere buone relazioni incide profondamente su tutte le principali sfere del nostro vivere, riflettendosi sia nell’ambito privato che nell’ambiente lavorativo.

Se chiediamo ad una persona che cosa la rende felice, questa ci risponderà “l’essere innamorato, il sentirsi amato, l’avere una buona relazione con il partner, con gli amici e con i colleghi di lavoro.”

Se invece chiediamo ad un’altra persona cosa la rende infelice, le risposte ottenute saranno “non mi sento compreso, ho un cattivo rapporto con i colleghi di lavoro, non vado d’accordo con la mia famiglia, sto divorziando..”

Se ne deduce che la felicità e l’infelicità dipendono non solo da aspetti materiali ma anche da fattori comunicativi-emotivi-relazionali.

Nel periodo di  profonda crisi economica in cui ci troviamo a vivere la collaborazione e la solidarietà rappresentano davvero una grande opportunità per migliorare la qualità della vita.

L’idea di libertà e di democrazia cede spazio allo spirito del conflitto, alla competitività e al dominio uno sull’altro.

Lo scontro crea rabbia, timore, frustrazione e tristezza e pur tuttavia l’intera storia dell’umanità ne è caratterizzata.

L’uomo è conflittuale e lo è per prima cosa con se stesso.

Conoscersi, ascoltarsi e capirsi è tanto insito nel nostro animo quanto è difficile il percorso che ci porta al risultato.

Le infinite domande esistenziali costellano i periodi storici fino ad oggi: chi è l’essere umano? Quale è il suo scopo di esistere? Esiste qualcosa oltre la morte fisica? Cos’è il giusto? E il vero? Come si raggiunge la felicità? Cos’è la felicità?

E soprattutto esiste? Possiamo provarla?

Le società estremamente conflittuali dedicano poco tempo alla ricerca e alla conoscenza di risposte esaustive.

Il conflitto di per sé è considerato negativo seppure nella realtà possa assumere invece anche modalità differenti, sia fuori che dentro l’individuo.

Piuttosto il fuori è legato al dentro in una relazione simmetrica e speculare.

Non potrebbe essere altro che così data l’interazione sistemica tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda.

Il conflitto esterno, con sempre maggior frequenza, nasce proprio dalle modalità di interazione con se stessi: se non stiamo bene con la nostra parte più profonda difficilmente andremo d’accordo con gli altri.

Non è il semplice “ amati per essere amato” quanto invece la sinergia dell’occidentale “Conosci te stesso” (iscrizione nel tempio di Apollo a Delfi) con l’orientale “conosci il tuo nemico”, condizione determinante riguardo all’esito della battaglia che non è legata alle circostanze quanto piuttosto alla consapevolezza psicologica per la quale la conoscenza di se stessi e degli altri si rivela essenziale (Suntzu, L’arte della guerra)

Il peggior nemico di noi stessi siamo proprio noi, inseguiti dalla nostra ombra nera, sconosciuta e di grande ostacolo nella vita, che trasforma i piccoli scontri quotidiani in veri e propri conflitti o dissonanze cognitive.

Yoda (Gran Maestro nel Consiglio Jedi nella trilogia del film Guerre Stellari) è la trasposizione semplificata nel grande schermo della filosofia orientale sugli elementi dell’animo “La paura è la via per il Lato oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza”

Scrive Sun Tzu ne “L’arte della guerra” “..se conosci gli altri e te stesso, non sarai in pericolo anche in centinaia di battaglie; se non conosci gli altri ma conosci te stesso, ne vincerai una e perderai l’altra; se non conosci gli altri né te stesso, ogni battaglia ti sarà letale”. Dunque, non si correrà alcun rischio se si conosce al meglio la propria forza e, al tempo stesso, ci si premunisce contro quella nemica”

Il conflitto è dunque la trasformazione di se stessi prima ancora che delle nostre interazioni, nasce da una crisi ma può diventare crescita e conoscenza, se orientato verso il cambiamento.

Il problema è riconoscerlo e ridefinirlo per avere gli strumenti adatti ad andare oltre.

La società occidentale tuttavia vive nella cultura del disordine, nella filosofia del liberismo e del capitalismo, nonché nella ricerca sfrenata di un posto d’onore nelle battaglie della vita.

L’apice della democrazia va a coincidere oggi con l’esasperazione del conflitto, il “tutti contro tutti” pur di ritagliarsi uno spazio non tanto e non solo nel mercato, quanto nell’esistenza dell’altro.

È ancora nel tempo la società italiana dell’andreottiano “Il potere logora chi non ce l’ha!” ma è anche la società dell’inglese Andy Warhol perché “Nel futuro, ciascuno sarà famoso nel mondo per 15 minuti”.

Nel frattempo Facebook trasforma il valore dell’amicizia nella superficiale velocità di un click e la solitudine dilaga negli animi umani.

Piano piano l’uomo dell’occidente si è allontanato dalla conoscenza di sé, la velocità della vita non permette neanche di fermarsi a pensare.

La vita gli scorre nel tentativo di essere competitivo e rimanere in gara.

Eppure l’essere umano, a qualsiasi latitudine esso sia, necessita di riflettere su se stesso, di ascoltarsi e capirsi e non è solo la carenza di tempo a impedirlo quanto invece l’assenza di capacità reali.

La grande filosofia che per secoli ha contraddistinto questa parte del mondo, oggi è poco considerata e quasi mai accolta come nostra compagna del viaggio dentro di noi.

Un viaggio che in pochi per la verità hanno intenzione di intraprendere.

La società del conflitto non prevede la comprensione né l’attenzione alle emozioni.

L’uomo vive e lavora in relazioni più virtuali che reali, si nasconde dietro la materialità delle cose, tanto da trasformare anche le necessità spirituali in qualcosa che si vende e si compra così, banalmente, come possiamo vendere o comprare l’ultimo modello tecnologico.

Il dovere è di essere presenti con la spiritualità nelle battaglie di tutti i giorni, senza insegnare la filosofia che sottende a quella stessa spiritualità che ciascuno di noi necessariamente insegue

Yoga, arti marziali e meditazione troppo spesso diventano il rifugio iperreale alla vita.

L’occidente vive il pensiero orientale come la panacea di ogni turbamento e difficoltà: le arti marziali si sono conquistate un posto d’onore, appaiono come risoluzione al conflitto e non ne leggiamo invece il valore intrinseco di difesa e contenimento; quanto allo yoga e alla meditazione essi obliano i nostri problemi.

Se dalle prime impariamo erroneamente ad entrare nel conflitto, le seconde facilitano apparentemente l’allontanamento dalla vita quotidiana senza tuttavia insegnarci davvero la trasformazione della nostra forza.

Viviamo intrappolati nella convinzione di non poter rifiutare il combattimento di ogni giorno a meno di non immergersi nella solitudine di ritiri spirituali e accusiamo la società occidentale di rendere impossibile la concretizzazione del pensiero di pace e della filosofia orientale dell’equilibrio quando non riusciamo a raggiungere gli obiettivi sperati e idealizzati.

Le due culture ci appaiono estremamente diverse, eppure molte tra le professioni di ascolto che da poco stanno emergendo, Counseling piuttosto che Mediazione ( qualunque ne sia l’ambito), trovano riscontri e parallelismi con la saggezza dello yoga, delle arti marziali e della meditazione.

Tuttavia non sempre è evidente e comprensibile il connubio fra gli elementi.

Cos’è il conflitto per gli orientali? Quale ruolo hanno le arti marziali?

E quale filosofia sottendono? Quale parte giocano le emozioni distruttive ?

Nel pensiero del “Levante” lo scontro nasce dalla difesa di se stessi e non dall’attacco.

Il valore della vita risiede nella forza dell’uomo e nella sinergia tra la sua spiritualità e la natura.

Si manifesta nella dignità di ogni giorno e nel Tao, il flusso vitale che ha dato origine a tutto, e che scorre incessantemente, mutando sempre e rimanendo sempre lo stesso.

Si è forti nel momento in cui si riesce a comprendere l’altro,

Rabbia, desiderio e illusione vengono definite dal Dalai Lama i “veleni della mente”.

Se in occidente sono negativamente distruttive, in oriente diventano lo squilibrio dell’animo, influiscono in modo sbagliato nel nostro agire e tuttavia sono necessarie all’unità dell’esperienza.

La rabbia rende ciechi; il desiderio ci impedisce di riconoscere l’equilibrio tra ciò che per noi è piacevole e ciò che non lo è e l’illusione non permette di valutare correttamente la realtà, la cui comprensione non può prescindere, oltre che dagli elementi cognitivi anche dagli aspetti emotivi, difficilmente conoscibili in se stessi e negli altri.

Gli orientali invece ne acquisiscono l’aspetto positivo contestualizzandoli senza demonizzarli, insegnando l’importanza di saperli indirizzare e se necessario contenerli: avere la padronanza di sé senza dimenticarsi di nessuna parte dell’animo.

Jeanne Tsai, psicologa di Taiwan, sottolinea la necessità di relativizzarle persino a livello culturale: tanto la negatività di un’emozione può essere letta diversamente in una cultura piuttosto che in un’altra quanto anche può esserlo la positività , originando l’improbabilità della comunicazione.

Esempio ne è la manifestazione di alcuni comportamenti giapponesi che si contrappongono ai nostri come apparire arrabbiato o di cattivo umore che può avere per loro conseguenze disastrose nei rapporti relazionali.

Per non “perdere la faccia” mascherano i disagi, i turbamenti e l’ira dietro al sorriso.

Non sapersi controllare, non saper contenere le emozioni: quindi invece saperle capire e gestire è il presupposto della reputazione e del proprio livello sociale.

Saperle capire e gestire è per altro anche il presupposto del nostro benessere e dell’armonia desiderata , eppure il significato che diamo alla loro espressione è opposto.

Le arti marziali, traduzione occidentale del termine giapponese “budo” o “buschido” (la via del guerriero) non sono solo la sinergia dell’equilibrio corpo-spirito-mente che conduce alla conoscenza della propria personalità e alla capacità di rimettersi sempre in discussione quanto invece indicano soprattutto la via della non violenza attraverso la violenza insegnando a gestire i conflitti partendo da se stessi e non dalle relazioni.

Il principio è assecondare, non contrastare, mantenere la posizione senza perdere l’equilibrio e sviluppare l’attenzione a se stesso e all’altro , ascoltando e ascoltandosi. L’avversario non è più un avversario ma è un partner che permette il nostro continuo progresso nell’evoluzione di noi stessi e le relazioni che ci circondano.

Persino il tempo viene concepito come ricerca quotidiana, non esiste la corsa folle alla realizzazione di se nella tecnologia piuttosto che nell’ambizione occidentale, non esiste il principio dell’azione per arrivare alla fine, ma esiste il qui ed ora, l’attimo nel quale è necessario mantenere l’equilibrio, il valore di ciò che facciamo adesso, la concentrazione dell’ascolto.

Il processo vale più del contenuto.

La tecnica non è il risultato ma il valore di chi la esercita.

Ritroviamo gli stessi principi nella mediazione e nel counseling, le nostre arti della buona comunicazione e dell’equilibrio relazionale

In occidente ciò nondimeno l’armonia mentale si raggiunge ancora con la corsa al benessere materiale, alla guerra per possedere, nell’avere qualsiasi cosa che riteniamo essere necessaria al conseguimento della nostra serenità.

Il conflitto nasce dall’esigenza di controllare e disporre.

Il tempo che fluisce veloce nella programmazione della nostra vita rende difficile rimanere nell’emozione quel tanto che sia sufficiente a riconoscerla e a gestirla.

Non troviamo l’attimo giusto neanche per l’elaborazione necessaria del lutto: fondiamo il passato, il presente e il futuro senza distinzione.

Tra le arti marziali l’Aikido è filosoficamente la più affine alle nuove professioni occidentali dell’ascolto (mediazione e counseling): armonia ed equilibrio, controllo dell’aggressività propria ed altrui, assenza di supremazia competitiva, capacità di entrare in relazione affrontando i problemi e le responsabilità dell’agire quotidiano.

È una disciplina impostata sulla risposta all’attacco, non vi è combattimento in realtà e l’unico fine è di collaborare allontanandosi dalla violenza.

«L’Aikido consiste nell’uniformare il movimento a quello dell’avversario, sconfiggendolo imbrigliando la sua forza in un dolce movimento circolare; assomiglia a un elegante danza dei tempi antichi.» (Sokaku Takeda).

L’insegnamento è di accettare gli eventi senza contrastarli da soli e collaborando invece con il compagno, per trasformarli insieme in modo positivo per tutti.

Nessun vinto, solo vincitori.

Se le arti marziali sono il principio della non violenza nella forza della violenza, della relazione nell’ascolto di se stesso e dell’altro, in occidente predomina “l’io vinco e il tu perdi” nella competizione senza fine, in una società dove non siamo più in grado di comunicare e riconoscere le emozioni e nella quale ci si avvicina allo yoga piuttosto che all’illusione della forza del Samurai pur di ritrovare la serenità perduta.

Spesso l’immagine che catturiamo dai film sono solo l’esasperazione della realtà filosofica orientale, è l’uomo di grande valore che combatte da solo contro gli avversari, l’eroe cui tutti aspiriamo di essere, dacché l’uomo ricordi.

Nella realtà rimaniamo invece soli, Illusi e disillusi e nella solitudine delle relazioni cerchiamo l’ascolto.

A volte basta poco e non lo sappiamo, non ne abbiamo gli strumenti né la cultura intorno a noi ci permette di acquisirli: re-imparare a comunicare è il primo passo verso una vita migliore, ascoltare ed ascoltarsi, esserci qui ed ora per l’altro in una relazione equilibrata e soddisfacente, è l’unione oriente-occidente.

Dalla filosofia del conflitto, dalla società della non comunicazione, dal “si vis pacem para bellum”( Se vuoi la pace, prepara la guerra) e il “conosci te stesso” all’ascolto delle tue emozioni e delle emozioni dell’altro verso la mediazione dei conflitti e il superamento del disagio, rimanendo nell’ascolto del qui e adesso dimenticando la corsa contro il tempo che ci allontana da ciò che siamo e pensiamo di essere.

Dall’oriente all’occidente, le relazioni in armonia.

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