Alla Ricerca dell’Anima nel Cervello

I progressi delle neuroscienze nella comprensione della struttura e del funzionamento del cervello, della mente e della coscienza sono destinati a riconsiderare in modo nuovo le nostre concezioni millenarie, a partire dai sistemi filosofici, morali e spirituali.

Le ricerche condotte attraverso gli straordinari metodi di brain imaging mostrano sempre più che tutto ciò che proviamo e pensiamo sia il risultato non di un’ anima immateriale, ma dell’ attività del nostro cervello. I neuro scienziati ritengono che i processi mentali siano processi cerebrali. La natura del pensiero e dei sentimenti pertanto può essere analizzata e capita dalla comprensione del cervello.

Storicamente, i filosofi sostenevano che gli esseri viventi “contengono” gli “spiriti animali” che “vivicano” nel corpo (Galeno). Platone affermava l’ esistenza di un’ anima non fisica. Su questa linea si poneva anche Cartesio, il quale asseriva che tutte le funzioni mentali- pensiero, sentimenti, emozioni, sogni, decisioni- fossero opera dell’ anima immateriale e non del cervello. Da parte sua, Aristotele appare più incline ad abbracciare la concezione del naturalismo: i pensieri e gli stati emozionali sono in realtà stati del corpo.

Da queste diverse ipotesi, sono emerse le due teorie dell’ Occidente: il dualismo– sostanza spirituale e sostanza materiale (anima e corpo)- e il naturalismo che ammette l’ esistenza solo del cervello. L’ anima viene così identificata con il cervello, fatto che fa perdere credibilità alla concezione dualistica, a partire dalla metà del Novecento. Dalla teoria cartesiana non c’ è stata in realtà alcun progresso. I dualisti non hanno “neppure tentato di sviluppare” una scienza del’ anima. Ripetere ogni volta che l’ anima c’ è non è una “spiegazione”. Inoltre, non c’ è stato “un singolo esperimento” che abbia mostrato in maniera definitiva che il cervello esegua compiti mentali, come “il vedere e il decidere”. C’ è stato- precisano i neuro scienziati- un “accumularsi” di dati nella ricerca del sistema nervoso, che “smontano” l’ idea di un’ anima spirituale.

Le prove- scrive Patrizia S. Churchland nel suo documentato e brillante libro L’ io come cervello (Raffaello Cortina Editore) derivano da molte fonti. Esperimenti mostrano che cambiamenti fisici nel cervello producono cambiamenti nelle “supposte funzioni spirituali, come il pensiero e la coscienza”. Un soggetto colpito da ictus sarebbe divenuto incapace di riconoscere, ad esempio, visi familiari o di comprendere il linguaggio. Fondamentale al riguardo, la scoperta negli anni Sessanta di Rogers Sperry nello studio di alcuni pazienti i cui emisferi erano stati separati chirurgicamente come tentativo di curare una grave epilessia. Accurati esperimenti effettuati su questi pazienti split brain, ossia dal cervello diviso, mostrarono che i due emisferi diventavano sul piano cognitivo “indipendenti”. Nei soggetti split brain, ogni emisfero può sperimentare in modo separato gli stimoli diretti esclusivamente a esso. L’ altro emisfero “non ne sa nulla”.

Queste conclusioni rappresentavano una forte base all’ ipotesi che gli stati mentali fossero stati fisici del cervello e non stati di un’ anima non fisica (LeDoux).

L’anima immateriale poi “non si adatta neppure alla fisica”. Se un’ anima non fisica- affermano i neuro scienziati- causa eventi in un corpo fisico o viceversa, viene “violata la legge di conservazione di massa ed energia.

La concezione dell’ anima è in crisi perché- affermano i neuro scienziati- “non c’ è alcuna anima”. Questo tuttavia non esclude che non ci sia spazio per un’ anima non fisica, come sostenuto da Platone.

La mente e la coscienza sono ancora un mistero troppo profondo per poterli capire. Secondi alcuni autorevoli neuro scienziati non sapremo mai come il cervello dia origine a pensieri e sentimenti. Abbiamo a che fare- nota Chomsky- con un mistero insolubile. La natura della coscienza- aggiunge Chalmers- non può essere chiarita, studiando il cervello. Il quale non è un organo facile da studiare sperimentalmente.

Invero, la storia della scienza ci dice che molti fenomeni ritenuti misteriosi hanno poi trovato spiegazione. Di qui, il fervore e l’ impegno di tutta una schiera di neuro scienziati alla ricerca del funzionamento del cervello e della mente.

Oggi, si ammette una sostanziale “identità” di cervello, mente e coscienza. Che rappresenta oltretutto l’ unico metodo per sottoporre l’ anima (la mente) a indagine scientifica. L’ anima infatti, essendo immateriale, non è “misurabile” scientificamente. Dunque, la mente come cervello, un tema che è al centro della nuova opera di Patricia S. Churchland, un’ affascinante esplorazione del cervello, della mente e dell’ etica.

E’ possibile- scrive l’ autrice- che anima e cervello siano “un’ unica e stessa cosa”. Ciò che pensiamo come anima è il cervello e ciò che pensiamo come cervello è l’ anima.

Che cosa sappiamo oggi? La scienza del cervello è ai primi passi. Di fronte alla complessità del cervello, che crea sgomento e soggezione, i risultati sono straordinari.

Anzitutto, sappiamo che non esiste alcuna regione del cervello che sia la sede della mente e della coscienza. L’ anatomia del cervello è “altamente conservata” tra le specie di mammiferi. Le strutture che regolano le emozioni sono “molto simili”. I principali elementi che stanno alla base della coscienza sono “molto simili in tutti i mammiferi”. Tutto ciò suggerisce ai neuro scienziati che non soltanto gli esseri umani abbiano coscienza, ma che essa, in una qualche forma, sia “una caratteristica del cervello di tutti i mammiferi e degli uccelli”. Quando il cane Kimi di mio figlio Valentino nota che io sto per uscire incomincia a fare festa ed è contento per la passeggiata. Quando comprende che esco da solo mi guarda con aria afflitta perché sente la tristezza della separazione. Sentimenti di gioia e tristezza sono dunque comuni, pur ovviamente con alcune differenze, le quali tuttavia si verificano anche tra gli esseri umani. Gli stati mentali sono infatti soggettivi, unici, personali.

Tutti i mammiferi inoltre hanno un cuore “molto simile” al nostro e possiedono cervelli che hanno “in buona parte” la stessa struttura e anatomia del cervello umano.

E’ stato dimostrato, ad esempio, che i processi inconsci hanno un ruolo di primo piano su come prendiamo decisioni e risolviamo i problemi.

Le scoperte sul cervello realizzate negli ultimi anni ci consentono- asserisce Edelman- di studiare la mente e la coscienza a “dispetto” della soggettività. Sono allo studio teorie scientifiche della mente e della coscienza che si basano sull’ attività del cervello intese a chiarire la relazione tra eventi mentali (mente) ed eventi fisici (cervello), e di “riferire” i propri stati fenomenici interni (soggettivi) mentre misuriamo l’ attività neurale e corporea.

L’ evoluzione biologica dei mammiferi nel corso di settanta milioni di anni ha portato a strutturare il cervello ai fini della sopravvivenza e del benessere in modo da estendere la “cura di sé” alla “cura degli altri”: in primo luogo alla prole, poi al partner, ai parenti, agli amici e perfino agli estranei. Dando in tal modo origine al sistema di “attaccamento”, alla socialità e alla moralità.

Alla base della cura di sé, della cura degli e del sistema sociale e morale ci sono tre fattori principali: l’ ossitocina, la vasopressina e gli oppiodi. Queste sostanze, che vengono rilasciate sia dal cervello della madre sia da quello del figlio, innescano una cascata di eventi grazie ai quali la madre si sente fortemente “attaccata” ai figli, dando affetto, benessere, protezione, sicurezza emozionale, gratificazione (Cheng). Gli studi sugli effetti della separazione dei neonati di roditore dalla madre hanno rivelato cambiamenti nella produzione di ossitocina e vasopressina e alterazione in specifiche aree del cervello, nonché livelli di ansia, aggressività e stress elevati (Veenema).

Sono queste sostanze che portano alla maternalizzazione del cervello e a prendersi cura della prole, laddove una madre tartaruga non lo fa. Le madri mammifere si accollano enormi rischi per accudire la prole, le madri serpente no (Porges). Così, una carezza delicata e amorevole attiva segnali di benessere e di sicurezza. Durante questi momenti di sintonia affettiva ed emozionale, l’ ossitocina viene rilasciata sia dal cervello della madre che dal cervello del piccolo, neutralizzando i segnali di ansia e di allerta.

Alla base dell’attaccamento e di prendersi cura degli altri c’ è soprattutto “una maggiore” produzione di ossitocina e vasopressina (Sue Carter) unita anche ad un

sistema di empatia, ai neuroni specchio e all’ apprendimento, un processo che avviene specialmente per imitazione. Di fronte a un pericolo, all’ isolamento, alla deprivazione socio- affettiva o all’ emarginazione, crescono i livelli degli ormoni dello stress e diminuiscono quelli dell’ ossitocina. Che, lo ribadiamo, è la molecola dell’ amore, del piacere, della fiducia e della sicurezza.

Nel corso dell’ evoluzione biologica, la nostra vita sociale e morale ha subito continui cambiamenti. L’ Homo erectus è apparso circa 1,6 milioni di anni fa, mentre l’ Homo sapiens calca il pianeta da circa 250 mila anni.

Secondo i neuro scienziati, le norme morali sono “plasmate” da quattro processi del cervello:

1) la cura per sé, per la prole e per gli altri;

2) il riconoscimento degli stati psicologici altrui, come la sofferenza o la rabbia ;

3) l’ apprendimento delle pratiche sociali;

4) la soluzione dei problemi.

Concludendo, i valori e le norme di condotta vengono originati dal cervello di “ogni animale” (Hauser). Anche la religione, per molti neuro scienziati, “dipende” dalla base neurobiologica della natura dell’ essere umano, e fa parte della cultura, anche se essa associa la fonte della moralità a un legislatore supremo, a Dio.

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