A Proposito di Mente Estesa

Tra le proposte avanzate negli ultimi anni nel tentativo di dare una spiegazione delle peculiari caratteristiche dei fenomeni mentali, una importanza via via crescente è andato assumendo il cosiddetto modello della mente estesa. Le concezioni precedenti, sia pur con notevoli differenze, convergevano sull’idea che la mente costituisse un prodotto dell’attività cerebrale. Poco importa se tale attività venisse considerata in termini strettamente neurologici (neuroscienze), o fosse assimilata a un processo di elaborazione dell’informazione (cognitivismo): si dava comunque per scontato che l’origine di tutti i fenomeni e le proprietà riconducibili al “mentale” dovesse essere ricercata esclusivamente all’interno del cervello.

I sostenitori del modello della mente estesa sostengono invece la necessità di ampliare l’indagine al di là dei confini delimitati dalla scatola cranica. Essi partono dal rilievo che nello svolgimento di molte operazioni, definibili come cognitive, gli uomini utilizzano supporti materiali – carta e penna, grafici, schemi a blocchi, mappe di vario tipo, calcolatrici e computer – senza i quali non solo dette operazioni avrebbero richiesto tempi assai più lunghi, ma spesso, per via dei limiti delle capacità di rappresentazione della mente umana, non avrebbero potuto neppure essere portate a termine. In questi casi, l’organismo umano si trova a essere connesso a un’entità esterna in maniera così stretta da dar vita a un unico sistema nel quale tutti i componenti concorrono attivamente al conseguimento del risultato finale. Se rimuovessimo i componenti esterni verrebbero meno le capacità comportamentali del sistema nel suo complesso, come se fosse stata rimossa parte del cervello (1). Per questo si può dire che la mente non è confinata ai soli processi cerebrali ma si allarga fino a comprendere anche alcuni oggetti del mondo esterno.

Secondo questa concezione, l’estensione della mente nel mondo non si limita agli oggetti materiali, ma riguarda anche (e soprattutto) gli oggetti del mondo sociale e di quello della cultura, in primo luogo il linguaggio. Già nel saggio di Andy Clark e David Chalmers The Extended Mind (2), che può essere considerato una sorta di manifesto di questa nuova prospettiva della mente, gli autori sottolineavano il ruolo insostituibile svolto dal linguaggio nella costruzione di un ambiente favorevole a un accrescimento delle capacità cognitive. Il linguaggio, come del resto altre costruzioni concettuali, vengono infatti visti come impalcature cognitive di fondamentale importanza capaci di modificare le caratteristiche della nostra intelligenza. (3)

Il concetto essenziale qui implicato è quello di co-evoluzione, cioè di influenza bidirezionale nello sviluppo di nuove capacità: dalla mente al mondo socio-culturale, da quest’ultimo alla mente. Ciò vale per la maggior parte delle protesi cognitive utilizzate dall’uomo per potenziare le proprie capacità mentali, inclusi i prodotti messi a disposizione dal progresso tecnologico. Molti oggetti del mondo esterno sono il risultato dell’attività mentale, ma una volta realizzati, essi possono fungere da supporto per la mente, così da consentire a questa di migliorare le proprie prestazioni.

Queste, in estrema sintesi, sono le idee principali che si trovano alla base del modello della mente estesa; un modello che, secondo i suoi sostenitori, potrebbe portare notevoli contributi per la comprensione dei fenomeni mentali. Per quel che mi riguarda, sono piuttosto scettico sulla possibilità che tale modello sia dotato di reali capacità esplicative, e ciò non soltanto perché esso sembra assegnare maggiore importanza all’esigenza di conformarsi agli ideali scientifici correnti che a quella di considerare con la dovuta attenzione le proprietà più qualificanti della mente, ma soprattutto per alcuni rilievi critici che possono essere mossi nei suoi confronti.

Una prima obiezione è di carattere piuttosto elementare, anche se tutt’altro che banale. I fautori del modello della mente estesa insistono molto sul fatto che gli oggetti del mondo fisico, soprattutto quelli derivanti dal progresso tecnologico, rendono possibili operazioni cognitive altrimenti al di fuori della nostra portata. La loro stretta interazione con le capacità mentali di base, intracraniche, il loro attivarsi in perfetta sinergia con esse, si configurerebbe come un ampliamento dei confini tradizionalmente assegnati alla mente, così da annullare qualsiasi differenza funzionale tra processi interni al cervello e processi esterni. Per questo motivo sarebbe lecito ritenere che tutte le parti in causa, cooperando tra loro come un unico sistema altamente integrato, rappresentino elementi costitutivi della mente aventi pari dignità.

Secondo me, simili argomentazioni possono essere confutate, semplicemente, applicandole, con le dovute traslazioni, ad altre funzioni dell’organismo, come ad esempio la percezione o le capacità motorie, andando a vedere quale plausibilità esse conservino in questi nuovi contesti.

Riguardo alla percezione, si può dire che, quando studiamo il funzionamento del sistema visivo, noi non avvertiamo la necessità di includere nell’indagine strumenti come i microscopi e i telescopi, i quali sono indubbiamente in grado di potenziare le nostre capacità visive. Meno ancora crediamo opportuno considerare detti strumenti come parti del nostro sistema visivo, pur sapendo che essi ci permettono di cogliere particolari del mondo che ci circonda altrimenti inaccessibili.

Analogamente, per spiegare le nostre capacità motorie, sia in termini di forza sviluppata che di precisione nell’esecuzione di un gran numero di operazioni, ci parrebbe del tutto fuori luogo chiamare in causa l’ambiente esterno, riferendoci agli attrezzi e agli strumenti da noi utilizzati come veri e propri prolungamenti delle nostre capacità manipolatorie. Diremmo che è assurdo ritenere che la forza muscolare è anche nella leva, perché questa consente di sollevare oggetti molto pesanti, oppure che l’abilità delle mani si trova anche nel cacciavite, nelle pinze o nel martello, dal momento che essi ci permettono operazioni che, a mani nude, non riusciremmo mai a compiere.

Bisogna anche considerare che l’uso appropriato di strumenti per accrescere le nostre dotazioni percettive o motorie richiede nella maggioranza dei casi un addestramento specifico, che comporta l’acquisizione di nuove abilità da parte dell’individuo. Abilità che possono essere trasferite ad altri ambiti e sono suscettibili di ulteriori sviluppi futuri. Esattamente come avviene per gli oggetti di cui la mente si serve per potenziare e sviluppare le proprie doti cognitive.

Per quale motivo, se tali argomenti appaiono del tutto insufficienti per portarci alla conclusione che gli strumenti utilizzati fanno parte, cioè sono costitutivi, di un dato apparato percettivo o motorio, essi dovrebbero invece valere quando ci si rivolge alle capacità mentali? (4)

Un’altra obiezione, non meno importante della prima, riguarda specificamente gli oggetti del mondo sociale e culturale.

Una delle caratteristiche della mente che sembra sfidare i concetti consolidati della visione scientifica del mondo, e che turba i sonni di molti studiosi, è la sua capacità di evolvere indefinitamente, passando attraverso stadi successivi di crescente complessità e utilizzando le acquisizioni precedenti come base di partenza per i nuovi traguardi da raggiungere. Nessun fenomeno del mondo fisico inanimato, nessuna macchina costruita dall’uomo mostrano di possedere una simile capacità.

Il grande fascino esercitato dal modello della mente estesa può essere spiegato, almeno per una parte rilevante, con la possibilità che esso prospetta di offrire finalmente una risposta a tale problema all’interno di un percorso completamente naturalistico (5). Chiamando in causa la società e la cultura come sostegni insostituibili per lo sviluppo di nuove capacità cognitive, sembra infatti venir meno il rigido determinismo che lega la mente ai processi nervosi del cervello o – se preferiamo – agli algoritmi sottostanti all’elaborazione dell’informazione. La società e la cultura mostrano una tendenza evolutiva, proprio come la mente. Così che un loro intreccio, per molti versi indistricabile, tende a presentarsi come una spiegazione accettabile del relativo affrancamento della mente dalle comuni leggi fisiche.

Cosa c’è che non va in questo modo di dar conto delle capacità evolutive che contraddistinguono la mente? Cosa c’è di sbagliato nel concetto di co-evoluzione, che occupa un posto tanto importante nel modello della mente estesa? Qual è, in definitiva, il fraintendimento di fondo in cui incorrono i sostenitori di detto modello?

Affermando che i fenomeni sociali e culturali, così come certi prodotti della tecnologia sono costitutivi della mente, si tende a passare sotto silenzio la questione fondamentale che senza mente non si possono avere né società, né cultura, né prodotti tecnologici. Non ci si rende conto che le istituzioni sociali, i prodotti culturali e della tecnologia sono, sempre e immancabilmente, il risultato dell’attività mentale degli uomini, anche se non sempre si tratta di risultati intenzionali, cioè che si realizzano nelle esatte forme volute e progettate dagli uomini. E’ vero che, una volta prodotti, molti oggetti possono fungere da supporti per ampliare e potenziare le capacità mentali, ma è vero pure che l’individuazione delle possibilità e delle modalità effettive con cui servirsi di questi oggetti dipende strettamente dalla capacità delle menti di riconoscere in essi degli strumenti con cui migliorare le proprie prestazioni. Non basta la disponibilità generica di mezzi per accrescere le capacità cognitive di un organismo, occorre anche la capacità di adoperarli in maniera adeguata. Gli animali domestici, pur essendo immersi nel medesimo mondo culturale e tecnologico in cui vive l’uomo, infatti, non ne traggono alcun vantaggio, poiché le loro menti non sono sufficientemente sviluppate per utilizzare gli oggetti disponibili come protesi cognitive.

Queste osservazioni ci portano al cuore dell’errore che – mio avviso – commettono sistematicamente i sostenitori del modello della mente estesa. Essi interpretano la circostanza che la mente utilizza gli oggetti da essa creati in precedenza come supporti per accrescere le proprie capacità ed evolvere verso traguardi cognitivi superiori come un chiaro indicatore di una loro attitudine intrinseca, vale a dire indipendente dalla mente, di accrescere le prestazioni mentali e di contribuire all’evoluzione. Non considerano che tale attitudine è il risultato puntuale di precedenti interventi della mente e che quindi essa non può in alcun caso venir considerata autonoma rispetto alla mente.

Quando si parla di co-evoluzione, ci si riferisce a una spinta evolutiva che si esercita in due sensi: dalla mente agli oggetti del mondo, da questi ultimi alla mente. Ma in tutti gli oggetti costruiti dall’uomo, noi non possiamo trovare altro che ciò che era stato precedentemente posto in essi da una mente. Se detti oggetti fungeranno da supporto per future attività cognitive, se qualcosa di nuovo si scoprirà al loro interno così da consentire il raggiungimento di traguardi inediti, ciò non potrà in alcun caso aver luogo al di fuori di una qualche attività di tipo mentale.

Gli oggetti sociali o culturali, una volta prodotti, non sono dotati di alcuna capacità intrinseca di sviluppo. Sono statici, inerti, totalmente privi della prerogativa di evolvere ulteriormente. Un’opera letteraria o filosofica, un quadro, una composizione sinfonica hanno bisogno di supporti materiali per costituirsi come tali nel mondo. Dal momento in cui vengono fissati ai loro rispettivi supporti, però, essi diventano semplici oggetti, da collocare accanto agli altri oggetti del mondo inanimato. Lo stesso accade per le realizzazioni della tecnologia.

Si dice che un quadro è “qualcosa di più” di una tela con sopra dei colori ad olio e che una sinfonia è “qualcosa di più di” un insieme di suoni; si dimentica di aggiungere che un quadro o una sinfonia sono tali, e quindi hanno un significato, soltanto dal punto di vista di un essere umano, portatore di una certa cultura. In un mondo privo di uomini, il quadro o la sinfonia tornano ad essere oggetti o eventi fisici le cui caratteristiche (o il cui comportamento) rispondono interamente alla necessità delle leggi naturali.

Anche il linguaggio, considerato un elemento insostituibile per il progresso sociale e culturale dell’uomo, è una creazione delle menti degli uomini. Una creazione a cui ogni individuo può contribuire in varia misura alla crescita e alla trasformazione nel tempo. Tuttavia, il linguaggio, sganciato dall’esistenza degli uomini, per esempio memorizzato su un nastro magnetico, su un supporto ottico oppure convertito in un testo scritto, perde qualsiasi spinta evolutiva, qualsiasi capacità intrinseca di modificarsi, salvo che non entri nuovamente in contatto con una mente.

Le argomentazioni dei sostenitori del modello della mente estesa si rivelano, in ultima analisi, viziate alla base da una circolarità di cui nessuno sembra rendersi conto. Non si può infatti ritenere che la mente possa accrescere le proprie prestazioni servendosi di oggetti, materiali o sociali, e nello stesso tempo ignorare che questi non sono mai indipendenti da precedenti interventi della mente.

Non esiste alcuno scambio a due vie tra la mente e gli oggetti del mondo. Tale scambio è fittizio: è un modo di dire figurato a cui non corrisponde alcunché di reale. Infatti, in quegli oggetti non si può ritrovare qualcosa di diverso, qualcosa in più rispetto a quanto era stato immesso al loro interno dall’attività degli uomini, guidata dalle loro menti.

In cosa consiste, dunque, la circolarità che rende altamente problematico, e anzi inconsistente, il modello della mente estesa?

Consiste nel tentativo di dar conto di certe caratteristiche della mente, e segnatamente della capacità di evolvere nel tempo, chiamando in causa gli oggetti e i fenomeni appartenenti alla sfera della società e della cultura, i quali risultano irrimediabilmente contaminati di quel mentale che si vorrebbe spiegare.

Accade così che, in una mescolanza indebita di fattori appartenenti al mondo fisico, fattori socio-culturali e fattori mentali, assemblati insieme come se si trattasse di categorie omogenee, si finisce per perdere di vista la questione essenziale, e cioè che l’unico soggetto attivo in questo processo è la mente. Tutto il resto – le realizzazioni nel campo della cultura e della società, come pure i prodotti tecnologici – non hanno una origine autonoma rispetto alla mente, ma derivano interamente da questa, in ogni loro aspetto.

E’ importante notare che la prospettiva della mente estesa tende a presentare se stessa non come una descrizione di come alcuni oggetti esterni sono in grado di potenziare la mente nelle sue capacità di base. Molto di più. Tale prospettiva si propone piuttosto come una spiegazione della mente, nel senso che presuppone che le particolari proprietà della mente non possano essere comprese appieno senza dare sufficiente rilievo ai supporti esterni che essa utilizza.

Estendere la mente al mondo esterno, ponendo idealmente sullo stesso piano le caratteristiche dei processi che si svolgono a livello cerebrale e le caratteristiche appartenenti agli oggetti collocati fuori del cervello, si rivela in questa luce funzionale a dissolvere, o almeno a nascondere, le problematiche tradizionalmente associate al rapporto della mente con la sua base materiale. Dette problematiche sembrano in qualche modo superate, poiché diviene particolarmente difficile individuare delle differenze sostanziali tra la mente e gli altri oggetti o fenomeni del mondo.

Supportando questa visione pseudo-naturalistica, fondata su una sostanziale ambiguità, o meglio su un errore a livello concettuale tutt’altro che trascurabile, i sostenitori del modello della mente estesa credono di poter compiere dei passi importanti nella conoscenza dei fenomeni mentali. In realtà, non fanno che ingannare se stessi e tutti coloro che si lasciano sedurre dalle loro tesi.

Credo che sia venuto il momento di denunciare con forza simili tentativi, nella speranza che almeno gli studiosi più critici riescano a coglierli nella loro reale dimensione di espedienti concettuali, privi di qualsiasi valenza esplicativa, facendo sì che un numero sempre minore di persone perda tempo ed energie preziose occupandosi di essi.

NOTE

(1) Michele Di Francesco – Giulia Piredda, La mente estesa. Dove finisce la mente e dove comincia il mondo?, Mondadori, Milano, 2012, pag. 91.

(2) Andy Clark – David Chalmers, The Extended Mind, in “Analysis”, 58, 1, pagg. 7-19.

(3) Michele Di Francesco – Giulia Piredda, Op. cit., pag. 133. Vedi anche pagg. 192-4.

(4) Per una trattazione più ampia di questi temi, si veda Astro Calisi, Oltre gli orizzonti del conosciuto. La sfida cruciale della mente alla scienza del XXI secolo, Uni Service, Trento, 2011, pagg. 175-184.

(5) Michele Di Francesco – Giulia Piredda, Op. cit., pag. 7.

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