Sulla Possibilità per i Bambini di Filosofare


La filosofia e i bambini

Il bambino è in grado di filosofare? Può la filosofia contribuire allo sviluppo del pensiero infantile? I filosofi e gli educatori sono disposti attualmente a considerare il potenziale filosofico dei bambini? La risposta a queste domande non è semplice in quanto i modelli tradizionali di pensiero filosofico e psicologico dicono che ciò non è possibile, perché il bambino non è ancora in possesso degli strumenti cognitivi necessari per l’astrazione filosofica.

La questione ha più o meno 2500 anni di storia. Nella tradizione filosofica, solo gli uomini adulti praticavano filosofia, e nemmeno tutti. La filosofia, come branca del sapere occidentale, è rimasta storicamente influenzata da questo pensiero. Si credeva che neanche le donne avessero il potere di dominare il pensiero filosofico.1

Non solo si è visto sempre un limite al filosofare, ma si sono elevate barriere all’accesso alla filosofia, soprattutto per suo il linguaggio specialistico.

Invece, la filosofia è un tema che interessa non soltanto gli esperti e professionisti, essendo tutte le persone, in qualsiasi circostanza della vita, chiamate a filosofare. Siamo obbligati a filosofare. Tutti gli esseri umani si trovano di fronte a domande come: Cosa pensi di te stesso?Cosa pensi del mondo? La filosofia è guardare un fiore, una roccia, una stella nel cielo e chiedersi: Chi sono io? Qual è l’origine dell’universo? Filosofare è, quindi, un atteggiamento spontaneo e tuttavia la riflessione se non educata nella pratica è destinata presto a spegnersi nei bambini. Uno degli obiettivi della filosofia è quello di indurre le persone, i bambini, a pensare da soli. La filosofia favorisce la riflessione. Fornisce le basi per capire il mondo, per trasformarlo, per migliorarlo.

B. Schettini, citando Gramsci2, critica la visione elitaria della filosofia poiché è importante che gli esseri umani imparino a pensare e a riflettere costantemente sulle loro questioni filosofiche ed esistenziali. La filosofia con i bambini non può interessarsi a conservare nel tempo un sistema filosofico, una certa visione del mondo, ma sarà chiamata a dare il proprio contributo per trasformare il mondo. Concepire la filosofia come una specialità, le cui regole e procedure sono il possesso di pochi è tradire il senso profondo della filosofia, ovvero la sua vocazione.

Ciò che è comune tra i filosofi e i bambini?

Riconoscere la capacità di un bambino di filosofare è un passo che finora pochi hanno saputo fare. In generale, i filosofi ritengono che l’infanzia non abbia da fare con la filosofia. Nel loro sistema il bambino non ha posto, se non in sporadiche citazioni.

Sembra che i filosofi abbiano dimenticato che una volta erano bambini, e che da bambini hanno ricevuto l’attenzione da parte di adulti che hanno saputo apprezzare la loro capacità di pensare, di amore, di sognare e di agire nel mondo.

Tuttavia la filosofia ha saputo già dall’antichità interrogarsi, a partire da Platone, sui modi di educare i bambini. Eppure, i Greci non hanno riconosciuto la capacità di pensare dei bambini.

Il bambino arriverà tardi, nella storia, ad essere riconosciuto soggetto dell’educazione.

Contrariamente alle affermazioni di esperti che rintracciano nello studioso M. Lipman il fondatore della filosofia con i bambini, sappiamo che l’attenzione al ‘come i bambini si pongono di fronte al mondo e alla vita’ rimanda agli albori della storia della pedagogia.

“L’uomo per essere uomo dev’essere formato”, sostiene Comenio (1592-1670) nella sua Didactica Magna, e per formare l’insegnante non deve far altro che seguire l’armonia della natura, senza pretendere di imporre direttamente al discepolo una propria idea di sviluppo. E la natura mostra all’uomo una via ciclica; ogni apprendimento non si risolve in un compimento perfetto e chiuso in se stesso, ma si costituisce come sviluppo che porta al miglioramento di capacità già presenti dall’inizio del processo. Il metodo ciclico deve quindi prevedere che nelle varie fasi della vita scolastica non si insegnino successivamente discipline diverse, ma sempre le stesse, con maggiore ricchezza di particolari e maggiore approfondimento.

Come ogni altra creatura naturale l’uomo deve quindi essere seguito sin dai primi passi.

Jean Jaques Rousseau (1712-1778) condivide il concetto di educazione già espresso da Comenio e, nella sua opera “Contratto Sociale”, afferma che “l’uomo nasce libero ma dappertutto è in catene”, sottolineando che la società inquina la natura. Le sue proposte innovative erano, tuttavia, riservate ai maschi: le femmine dovevano continuare a ricevere un’educazione di tipo tradizionale.

Altri punti che egli abbraccia sono: adattare l’insegnamento all’alunno e procedere dal semplice al complesso. Nell’ “Emilio” egli descrive il metodo educativo come una evoluzione naturale del soggetto secondo precise tappe psicologiche, senza che il bambino sia considerato “un adulto in miniatura”.

Un’educazione che rispetti la natura dell’allievo risponderà, inoltre, alle sue richieste, ai suoi bisogni, ai suoi interessi e alle sue inclinazioni, salvaguardandone l’individualità e la libertà.

Nei circa 350 anni che ci separano dall’intuizione comeniana, le condizioni dell’operare didattico sono profondamente mutate: l’istruzione femminile, auspicata da Comenio con accenti per i suoi tempi rivoluzionari, è entrata ormai da molti decenni nel costume del mondo occidentale; il diritto a frequentare la scuola per un congruo numero di anni, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza, si è affermato come conquista democratica inalienabile.

Sulla scia di Rousseau, Pestalozzi (1746-1827), noto come educatore e riformatore, vede il bambino come il soggetto (e non l’oggetto passivo) del processo educativo. L’educatore non ha la funzione di riempire la mente dell’alunno con nozioni astratte, né quella di imporgli dall’esterno le norme e i valori socialmente ammessi; compito dell’insegnante è aiutare l’alunno a estrinsecare le sue facoltà innate in modo da accompagnarlo armoniosamente nel suo sviluppo intellettuale e morale.

Avversario dello sterile nozionismo tipico dei metodi educativi tradizionali, Pestalozzi ritiene che ciò che conta sia ‘fortificare la mente e non solo ammobiliarla’. In ciò consiste il “metodo intuitivo” pestalozziano, fondato sull’idea che l’istruzione formale debba procedere dall’intuizione sensibile per spronare l’istintiva tendenza umana a cogliere le leggi obiettive della natura.

I bambini che fanno filosofia reinventano la storia della filosofia e i loro pensieri sono strade che spesso ricordano il ragionamento di Platone, Cartesio, Bertrand Russell e di altri grandi pensatori della storia della filosofia.

Quando si ‘fa’ filosofia con i bambini, è facile vedere che essi hanno una naturale inclinazione per la curiosità, la meraviglia, l’indagine, la discussione e la riflessione.

Si tratta dell’impegno della mente dei bambini di scoprire come funzionano le cose nel mondo. I bambini cercano di capire il significato delle parole e delle azioni delle persone che li circondano. I concetti di bene, di verità, il tempo, l’amicizia, la libertà, l’amore, sono piani attraverso cui il bambino costruisce il suo modo di mettersi davanti al mondo.

Troppo spesso i bambini usano parole come ‘amicizia’, ‘conoscenza’, ‘libertà’, senza sapere di cosa stanno parlando.

Cosa caratterizza un pensiero filosofico? La costruzione dei concetti e la conseguente interpretazione del mondo nella dimensione del dialogo è fare filosofia.

In questo senso potremmo dire che i bambini sono più propensi a filosofare rispetto agli adulti. Non che i bambini abbiano più possibilità dei filosofi di professione di formulare un ragionamento difficile e complesso, oppure di capire più facilmente i vari sistemi filosofici. Non è così. Il punto è che i bambini hanno più a che fare con l’essenza della riflessione filosofica.

“La parentela tra il mondo del bambino e il mondo della filosofia è strettissima. Il bambino ha da fare con tre filoni della modalità del pensare e dell’esistere che sono: la domanda, il possibile, il senso. Il bambino ha l’arte della domanda, noi adulti abbiamo il problema delle risposte, perché abbiamo perso le domande. Il bambino ha l’arte del possibile, noi ci muoviamo nel mondo intermedio in cui le cose sono già fatte, non pensiamo più al possibile, pensiamo a ciò che già c’è. Il bambino ha l’arte del senso, cioè il fine che non si giustifica alla luce di un altro fine perché si giustifica alla luce di se stesso. Queste tre modalità, la domanda, il possibile e il senso sono anche le modalità costitutive della filosofia. Quindi, non c’è niente di più vicino al bambino di quanto sia la filosofia e non c’è più niente di così vicino alla filosofia di quanto sia il bambino”.3

Secondo Platone e Aristotele la meraviglia è l’inizio della filosofia. Per i filosofi antichi e moderni, così come per Cartesio, la meraviglia è la radice del dubbio, gli interrogativi e l’indagine sono l’inizio della filosofia. Sarà, quindi, opportuno considerare l’immensa capacità dei bambini di ammirare il mondo nel processo di costruzione di significati e di valori. L’adulto ha già le sue certezze e i suoi valori e, immerso in tante preoccupazioni quotidiane, perde la capacità di provare meraviglia per la sua stessa esistenza.

La filosofia non inizia con l’accumulo di conoscenza, ma con il suo opposto, il non-sapere. Socrate parte dalla dichiarazione che non sa nulla. Cartesio assume il dubbio come l’inizio del suo filosofare. L’apertura mentale e il bisogno di porre domande è un prerequisito per la filosofia.

Ma per l’adulto assumere la posizione di non sapere è molto più problematico che per un bambino. In questo senso possiamo dire che i bambini sono più vicini alla filosofia rispetto alla maggior parte degli adulti.

Note

1 http://www.linguaggioglobale.com/filosofia/donne/DONNE.htm

2 Filosof-azione! Ma di che stiamo parlando? di Bruno Schettini, in Amica Sofia, gennaio 2012.

3 La filosofia con i bambini come educazione della (alla) persona di Giuseppe Limone, in Amica Sofia, giugno 2009.

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