Patch Adams e la Danza delle Emozioni

Ho avuto modo di ascoltare Patch Adams dal vivo al Convegno nazionale “Bambini Emozioni Salute”, un evento dedicato soprattutto a personale medico-ospedaliero, che si proponeva di far luce sul mondo delle emozioni e sulla loro valenza per la salute specie per quanto riguarda i bambini.

Una due-giorni molto interessante quella organizzata al Museo del Tessuto di Prato, anche per chi non fa parte dell’ambiente ospedaliero, perché mi ha permesso di osservare il gran fermento che il tema della comunicazione e delle emozioni stanno suscitando in questo mondo. Un fermento che dovrebbe far piacere a tutti nella veste di pazienti o di genitori di pazienti.

Cosa sono le emozioni?

Le emozioni sono stati mentali e fisiologici associati a modificazioni psicofisiologiche a stimoli interni o esterni, naturali o appresi. In termini evolutivi la loro principale funzione consiste nel rendere più efficace la reazione dell’individuo a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza, reazione che non utilizzi cioè processi cognitivi ed elaborazione cosciente.

da Wikipedia

In senso più ampio le emozioni sono qualcosa che ci aiuta a risolvere i problemi e non solo. Gli studi della Neurofisiologia aiutano comprendere come nel cervello il dolore fisico, che si può provare a causa di una malattia, si colleghi a certe emozioni. Se la scienza sta cercando sempre più di penetrare in questo campo, basti pensare agli studi di Paul Ekman e al suo Sistema di Codifica delle Espressioni Facciali (FACS) per la classificazione delle microespressioni – divenuto famoso per il grande pubblico grazie alla serie televisiva ad esso ispirata Lie to Meè curioso sapere che il termine “emozione” non esiste in tutte le culture. E non esiste nemmeno una teoria definitiva delle Emozioni sulla quale ci sia un generale accordo.

Se già dai tempi di Darwin sappiamo che le emozioni di base sono universali, ciò non toglie che le stesse possano avere delle notevoli diversità da cultura a cultura. Ad esempio, nella cultura occidentale la collera è un’emozione ben presente, nella indiana prevale la rassegnazione. Per questo una comprensione di alcuni fattori culturali diventa sempre più importante in una società multiculturale come la nostra, specie quando si ha a che fare con persone che soffrono.

Ospite d’onore del Convegno era Patch Adams, il medico americano sui generis, inventore della terapia del sorriso e della clownterapia, divenuto famoso a livello mondiale dopo il film dove il suo personaggio era interpretato dall’attore Robin Williams. Con un intervento dal titolo “Melodia e forza delle emozioni” ha mostrato la sua interpretazione dell’argomento.

Patch Adams ama caratterizzarsi per il differente modo di prendersi cura dei propri pazienti. Un approccio che, come ripete spesso, deriva dalla sofferenza psicologica che ha vissuto da giovane e che gli ha permesso di fare il salto e diventare quello che è. Ancora oggi, nonostante l’esposizione mediatica che lo ha portato a girare tutto il mondo, egli sostiene che il suo primo colloquio con un nuovo paziente, come medico di famiglia, non dura meno di 4 ore e che la malattia a cui a ha visto fare più vittime nei tanti anni di esperienza è la solitudine.

Da Platone in poi le emozioni sono state considerate e vissute dalla cultura occidentale come qualcosa in contrasto con la nostra ragione: qualcosa in grado di offuscare la nostra capacità di pensare lucidamente. Le emozioni sono state e continuano ad essere in molti contesti qualcosa da reprimere. Il mondo maschile le associa alla debolezza e di conseguenza al femminile, come ambiente in cui lasciarle emergere. Secondo Patch Adams, si deve alle donne la capacità di comprendere l’importanza delle emozioni per la nostra vita: grazie al loro ruolo di madri e al rapporto con i figli si sarebbe preservata nel tempo anche la valenza positiva delle emozioni.

Seguendo la prospettiva maschile le emozioni si sarebbero sviluppate in una dimensione ridotta, volta maggiormente allo sviluppo del potere dell’individuo piuttosto che alla dimensione della comunità. Questo avrebbe prodotto anche la distinzione in emozioni buone o cattive, quando in realtà le emozioni sono qualcosa di neutro, vicino a un organo sensoriale: infatti hanno la funzione di dare informazioni al nostro cervello, di farci riflettere in maniera più ricca su quello che ci sta accadendo… sempre che siamo disposti a lasciarle danzare con il nostro pensiero.

Cosa significa? Lasciar danzare le emozioni con il pensiero vuol dire essere in grado di accogliere e accettare ciò che riceviamo dal mondo esterno e la nostra prima reazione ad esso. Questo non significa giustificare qualsiasi reazione istintiva ma riconoscere che qualcosa scatena in noi una certa emozione. Il passo successivo è mettere l’emozione in contatto con il nostro pensiero, filtrarla per comprenderla e accogliere i suggerimenti che possono aiutarci a migliorare il nostro agire e la nostra personalità.

Come un organo sensoriale, le emozioni possono fornirci molte informazioni su noi stessi e così metterci più profondamente in contatto con chi siamo e con chi vorremmo diventare. Un rapporto sano con le nostre emozioni, in questo senso, può far la differenza fra l’essere sani o malati. Aiuta a prevenire la sofferenza psicologica perché fa sì che non ci sentiamo mai come degli sconosciuti nei confronti di noi stessi, anche quando ci troviamo nelle situazioni più difficili o dobbiamo fare i conti con le nostre emozioni più oscure…

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