L’integrazione tra gli Opposti e la Neurofisiologia del Benessere II


“Bisognerebbe guardare ad ogni cosa come se fosse un miracolo e bisognerebbe guardare ad ogni cosa come se non fosse un miracolo”.

Questo è quanto sosteneva Albert Einstein descrivendo il suo modo di approcciarsi agli aspetti del mondo fisico che che lui studiava e se impiegando questo principio, che ancora una volta porta all‘integrazione degli opposti, guardiamo attentamente alla mente dell’essere umano, probabilmente ci sarà possibile scoprire qualcosa di molto interessante.

Credo si possa affermare che la mente dell’essere umano, nel bene e nel male, sia il risultato di ciò che avviene dentro una cosa che si chiama cervello; a sua volta questo cervello è strettamente interconnesso attraverso il sistema nervoso autonomo con tutta una serie di organi che consentono allo stesso essere umano interagire con l’ambiente che lo circonda, e pertanto, molto probabilmente, le relazioni tra la mente e il corpo sono molto più strette di quanto si è soliti pensare.

A questo proposito basta pensare a quante espressioni, nel linguaggio comune, fanno riferimento a parti del corpo per denunciare uno stato che è anche della mente: una paura improvvisa fa scoppiare il cuore, l’angoscia per una situazione irrisolta è un peso sullo stomaco, il dolore per una perdita è un groppo alla gola, una rabbia prolungata fa rodere il fegato e la vergogna ci fa infiammare in volto.

Oggi sappiamo che tutti questi stati di sofferenza “fisica” (cuore che scoppia, peso allo stomaco, groppo alla gola, fegato roso, volto in fiamme) dovuti ad una malessere della mente (paura, angoscia, dolore, rabbia, vergogna) indipendentemente da quali possano essere le cause scatenanti, sono il risultato dell’effetto prodotto da quei neurotrasmettitori che il cervello fa generare all’organismo quando, sentendosi minacciato, si pone in una situazione di difesa o di attacco.

Dato che come diceva Epitteto “Non sono i fatti che turbano la mente degli uomini, ma è il giudizio che gli uomini esprimono sui fatti a turbare la loro mente”, anche se le tigri dai denti a sciabola sono scomparse da qualche migliaio di anni che cosa fa sì che il nostro organismo reagisca in modo così violento come se fosse in pericolo la nostra stessa sopravvivenza? Che cosa fa percepire al nostro organismo una situazione di pericolo ponendolo in uno stato di attacco o di difesa e lo costringe a produrre cortisolo e adrenaline, elementi essenziali per poter fronteggiare le sfide ma particolarmente “tossici” quando si accumulano nell’organismo.

Anche senza fare riferimento all’attuale crisi economica, che di certo ha innalzato il livello di allarme, di sicuro viviamo in un società ad alta competitività nella quale lo stress sembra essere una componente “irrinunciabile” tanto nel mondo del lavoro quanto nella vita quotidiana; così anche se le tigri dai denti a sciabola sono state sostituite da un collega, da un capoufficio, da un cliente o da chi dietro di noi è fermo ad un semaforo, il nostro organismo continua a rispondere con le stesse modalità di attacco o fuga che adottava 10.000 anni fa quando la minaccia alla sopravvivenza era certamente più reale.

Ma mentre 10.000 anni fa sfuggiti alla tigre dei denti a sciabola ci si poteva concedere un po’ di riposo così che l’organismo potesse riassorbire queste sostanze, oggi anche nel tempo libero, quotidianamente, da televisione, giornali e cinema, riceviamo messaggi che ci fanno credere come la nostra sopravvivenza sia continuamente minacciata: informazioni, pubblicità e spesso anche gli spettacoli, il più delle volte ci presentano situazioni che alimentano paure, ansie, dolori, rabbie e vergogne continuando così a tenere costantemente sotto stress l’intero organismo accompagnandolo pian piano ad una sorta di assuefazione allo stress.

Purtroppo il fatto che l’organismo si abitui a vivere in una situazione di stress non significa che questo gli faccia bene e così, poi, o si manifestano le cosiddette malattie psicosomatiche, che sembra siano praticamente tutte, o si manifestano disturbi del comportamento, ansie patologiche, depressioni più o meno gravi e difficoltà varie a volte anche nel definire i propri obiettivi nella vita quotidiana.

A questo punto è utile ricordare che, in una situazione di stress, vale a dire, quando l’organismo vede in pericolo la sua sopravvivenza, anche se la tigre dai denti a sciabola è stata sostituita dal collega, il cervello mette comunque in funzione quella specie di pilota automatico che si chiama amigdala e che da istantaneamente il via ai neurotrasmettitori del attacco o fuga: se si tratta di salvare la pelle c’è poco tempo da perdere in lunghi ragionamenti e bisogna agire in fretta.

Ma se questa reazione, pilotata dal sistema centrale autonomo, è pressoché automatica come può diventare possibile gestirla in modo che sia almeno più indolore? Sembrerebbe una situazione senza scampo, verrebbe da pensare che forse era meglio quando c’erano le tigri con i denti a sciabola.

In teoria la soluzione è abbastanza semplice, basta imparare ad esprimere un giudizio diverso sui fatti; ad esempio prendere consapevolezza che innanzitutto il collega non ci può sbranare e subito, le sue invettive, invece di apparirci come una minaccia di morte nei nostri confronti, ci appariranno per quello che realmente sono, lo sfogo di una persona stressata e questo sarebbe sufficiente per non essere a nostra volta vittime dello stress.

Se razionalmente è facile capire che le invettive non rappresentano una minaccia di morte, nella pratica, convincere di ciò l’intero organismo in modo da non essere vittime dello stress diventa un po’ più complicato perché richiede, da parte nostra, la capacità di cambiare punto di vista su tutta la questione e ben si sa che per qualsiasi cambiamento è necessario fornire dell’energia al sistema che deve essere sottoposto al cambiamento stesso.

Ma qual è il sistema al quale deve essere fornita l’energia? E quale tipo di energia deve essere fornita? E come è possibile fornire questa energia?

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