Studi e Riflessioni sull’Irrazionalità del Pensiero

Diciamoci la verità: al di là di tutti i concetti che impregnano la nostra mente, al di là della nostra cultura e della stessa immagine che abbiamo di noi stessi, non siamo affatto perfetti. La visione che abbiamo della vita, dei comportamenti che pensiamo di mettere in atto e di quelli del nostro prossimo, è sovente distorta. Qualche strano omuncolo dentro di noi ci conduce a giudicare in continuazione senza avere, quasi mai, abbastanza elementi per poterlo fare. Ci convinciamo di linee di massima e ci accontentiamo di mezze verità senza renderci conto dell’imbarazzante approssimazione cui sottoponiamo la nostra esistenza. E, ancora più grave, senza comprendere che basterebbe un alito di vento (un vento rappresentato dai fatti, puri e semplici) per spazzare via, in un baleno, le fondamenta su cui poggiano le nostre certezze.

Parafrasando antichi e moderni insegnamenti, forse la differenza tra una persona che sa ed una che non sa nulla, è che la prima sia perfettamente consapevole di non sapere, mentre la seconda si mostri convinta proprio del contrario.

Sovente il nostro “omuncolo” (sempre quello di cui parlavamo prima a proposito della nostra tendenza al giudizio aprioristico), ci induce a praticare alcuni sport diffusissimi: negare le evidenze, ignorare le evidenze e distorcere le evidenze. Per alcuni di noi, la pratica è diventata persino agonistica.

Si pensi ad uno studio piuttosto vecchiotto (ma sempre attuale nelle riflessioni cui conduce) di Lee D. Ross, Mark R. Lepper e Michael Hubbard (Perseverance in Self Perception and Social Perception. Biased Attributional Processes in the Debriefing Paradigm, Journal of Personality and Social Psychology, 21, 1967). Lo studio in sé voleva proprio evidenziare la tendenza a valutare le evidenze sulla base di ciò che riteniamo vero e corretto, in barba ai fatti reali.

Per la prova, furono preparati dagli sperimentatori 25 finti biglietti di addio di presunti suicidi. I biglietti furono consegnati ad alcuni soggetti dicendo loro che una parte dei biglietti fosse vera (e cioè realmente scritta da persone subito prima di uccidersi) e che un’altra invece fosse falsa; il loro compito era quello di stabilire quali di questi biglietti (che, ripeto, erano stati prodotti in realtà tutti in laboratorio) fossero autentici.

Durante la fase di riconoscimento che seguì subito dopo, a metà di queste persone, mentre formulava i loro giudizi, vennero dati degli incoraggiamenti e delle rassicurazioni sul fatto che stessero andando bene. All’altra metà, al contrario, venne dato il rimando opposto, ovvero che le loro valutazioni fossero molto scarse.

Al termine della prova vennero svelate le “carte”: ad ognuno dei partecipanti fu spiegato che i biglietti fossero stati creati tutti dagli sperimentatori (e che quindi nessuno di essi appartenesse in realtà ad un suicida) e che le valutazioni precedenti di idoneità o meno in questo riconoscimento fossero state assegnate in modo del tutto casuale.

Prima di andarsene, tuttavia, fu chiesto ad ognuno dei soggetti di compilare un questionario di auto-valutazione. In pratica dovevano indicare quante probabilità di riuscita ritenessero di avere nel caso in cui avessero dovuto riconoscere dei bigliettini reali. Nonostante le evidenze, vale a dire la fallacia della prova precedente, i soggetti che prima erano stati inseriti nella fascia dei “bravi” manifestarono più ottimismo riguardo ad una loro ipotetica performance reale rispetto a chi, in modo arbitrario, fosse stato assegnato al gruppo degli “scarsi”.

Le persone dunque, erano state emotivamente influenzate da un giudizio dato loro in merito ad un’abilità. Ma la cosa più sconcertante è che, una volta appreso che il giudizio fosse stato dato loro senza alcun nesso reale, i pensieri su di sé non cambiarono affatto: l’impronta di ciò che avevano pensato di se stessi continuava ad agire. Nonostante le evidenze.

Ma perchè mai una mente razionale, come quella umana, così ricca di materia grigia e connessioni complesse, dovrebbe cadere vittima di tendenze così poco costruttive? La risposta è molto semplice: notoriamente i nostri circuiti cerebrali amano ed apprezzano il motto che aderisce alla formula minimax, ovvero “minimo sforzo per un massimo risultato”.

Al fine del mantenimento di un certo equilibrio interno, il nostro intero organismo cerca a tutti i costi di mantenere o recuperare determinate condizioni chimiche del cervello, e per fare questo non esita a riprodurre  pensieri e comportamenti irrazionali, inadeguati e non adattivi, come ad esempio la distorsione delle evidenze.

Il nostro cervello, notoriamente, si comporta come una lampadina a risparmio energetico che però pretende anche di garantire una certa velocità di reazione, meccanismo che molto bene si può osservare quando, pur non sapendo di cosa si stia parlando, desideriamo dire comunque la nostra adattando l’informazione sconosciuta a quelle quattro confortevoli idee che si affacciano nella nostra mente.

Sull’illuminante trattato di Sutherland (Irrazionalità, Lindau, 2010) leggiamo una massima di Francis Bacon piuttosto significativa:

L’intelletto umano, una volta che ha adottato un’opinione, fa in modo che tutto il resto venga a supportarla e a concordare con essa. E, anche se si trovano esempi più numerosi e consistenti che vanno in senso contrario, tuttavia o li trascura e li disprezza, oppure, sulla base di una qualche distinzione, li accantona e li respinge, affinché, per effetto di questa grave e perniciosa prederminazione, l’autorevolezza della sua precedente conclusione possa rimanere inviolata.”

Dunque una proposta: non sarebbe meglio sospendere la ricerca di un rifugio sicuro e goderci invece il viaggio? Speriamo di non interpellare solo il nostro omuncolo per dare una risposta.

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