Come tu mi Vuoi, il “pacchetto” della propria Unicità

Volfango De Biasi ha dato vita a un’opera cinematografica di notevole spessore socio-antropologico che coinvolge il pubblico di giovanissimi e aiuta gli storici a disegnare la nuova Italia in cui, purtroppo, “non si comunica più con la parola ma con l’immagine”. Egli ha riportato in superficie il patrimonio cromosomico degli adolescenti del XXI secolo “che hanno tutto, tranne qualcosa e quel qualcosa è l’essenziale” (R. Kennedy) e, contemporaneamente, ha sottolineato come “giornali, cinema, televisione e internet acquistano un’importanza strategica per consentire alla donna di immedesimarsi con l’ideale femminile che l’indumento veicola (Marcella Sardo, Moda – Identità e comunicazione, Bonanno editore, 2007).

Il tempo della storia, certo, non può coincidere con il tempo del discorso in quanto è impossibile, in 107 minuti, elaborare i modelli propositivi in un’età in cui appare anacronistico il bisogno di potenziare le proprie abilità espressive, consolidare le competenze, rimuovere ostacoli che talvolta afferiscono negativamente all’interno di un gruppo, ricercare la continuità e l’innovazione nella storia delle idee, contestualizzare e rielaborare criticamente le conoscenze personali, orientarsi nel rapporto tra “influenze” e originalità, perfezionarsi per “leggersi”, “farsi leggere” e, principalmente, esprimere ad alta voce i sussurri della propria anima. Questi e altri imperativi guidano Giada Ferretti, studentessa universitaria intelligente, “schifata da tutti come se avesse la lebbra”, che si dedica all’apprendimento delle Scienze della Comunicazione a Roma.

La matrice su cui si tesse la tela del film è affidata alla Capotondi, secondo cui niente può nascere dal “devi”, il tutto deve derivare dalla legge del “che ne pensi? Chi sei? In cosa credi?”. La protagonista è l’archetipo della secchiona trasandata, contraria a ogni aprioristica forma di mercificazione della “gioventù bruciata” che non sa “chiedersi cosa hai dentro”; esiste, però, solo per le sue teorie sui media, incurante dei brufoli, con un abbigliamento dimesso, coda di cavallo, occhiali grandi e spessi, dimenticando che “l’abito è in grado di esprimere una delle innumerevoli sfaccettature dell’essere e che l’indumento, così come il comportamento dell’individuo, deve mostrarsi pertinente al contesto e alla situazione vissuta (Marcella Sardo, ibidem).

Il contraltare è rappresentato da Riccardo Croce, studente svogliato, “abituato a stare sulla giostrina”, in conflitto con il padre deciso a “tagliargli i fondi” per i fallimenti accademici. Il nucleo fondante s’incentra sul netto contrasto tra la “sostanza” di lei, “homo sapiens”, impiegata part-time in una trattoria per mantenersi agli studi, e “l’apparenza” di lui, “homo ridens”, spregiudicato “succhiasoldi” che raggiunge il “venti” a stento. Le strade dei due si intrecciano quando Riccardo, per tacitare il genitore e garantirsi la vacanza a Ibiza, chiede a Giada di impartirgli lezioni private. Le ore passate sui libri li avvicinano. La ragazza si innamora di Riccardo e, improvvisamente, dà inizio a battaglie senza limiti, alla cui base sta la visione della bellezza fisica, dell’eleganza, della classe come unico e imprescindibile biglietto da visita. “Sente” che, per conquistarlo, non le basta più il contare sulle proprie qualità interiori e apre un nuovo capitolo della sua vita, andando alla ricerca di quel quid che aveva sempre trascurato, convinta che esso, nella “giungla della sola apparenza”, sia l’unico mezzo “per farla sentire bene, per darle sicurezza, per spingerla ad andare avanti, sempre e comunque” (Giovanni Jervis). Si trova avvolta nel “circolo virtuoso della moda, un vortice che va oltre l’apparente connotazione negativa di frivolezza ed edonismo (Marcella Sardo, ibidem), ma che in lei si scatena come ossessione della propria immagine e paura di presentarla agli altri, reazioni che, portate all’esasperazione, la catapultano “nella “stanza della tortura” di pirandelliana memoria, diventa massa anonima, “manichino” (De Chirico) di un mondo in cui pullulano i mille e mille incapaci, per questo “groppo in gola”, di avere rapporti interpersonali. Si affida allo stilista John Richmond e l’abbigliamento si trasfigura in implicita figura di spicco. Le “nuove abitudini vestimentarie” (Marcella Sardo, ibidem) la trasformano in teenegers alla moda, cigno dalle ali bianche librate nell’aria, ma la metamorfosi fisica non le basta per coinvolgere il suo “lui”, anche il giovane deve mettere in discussione i propri valori e maturare una fresca filosofia di vita.

Profonda la morale. La “nuova” Giada trova nelle nuove fogge un tassello essenziale per rappresentare il suo modo di essere, ma non deve abdicare ai propri principi; il “nuovo” Riccardo, contemporaneamente, abbandonata, “grazie a lei”, la condotta dissipata, si accorge di amare la Cristiana “di prima”, quella che c’è all’interno, capace di “scrutarsi” nello specchio della propria anima, migliorarsi, accettarsi, guardarsi con occhi benevoli e scoprire la vera chiave dell’esistenza. Chiara, paradossalmente, la riflessione gnomica, a cui perviene la Capotondi; “si può riuscire a cambiare soltanto accettandosi” (Giovanni Jervis) e, al di là dei successi, è indispensabile riappropriarsi del “pacchetto” della propria unicità, sempre disponibile a mettersi in gioco e farsi amare per quello che si è realmente.

Sono proprio i “difetti” a trasformare l’uomo-massa in quella creatura ineguagliabile, solare, generosa, affabile che lo connota nella propria individualità. Bisogna accettarsi e accettare, intervenire per edificare “come se pietra fosse la sabbia” (Borges), ricordando che le difficoltà fanno parte della vita, ma la fiducia in sé stessi è il primo gran segreto per avere successo nella vita, “mostrarsi ottimisti in una risposta positiva rappresenta il parametro di riferimento per gli altri” (Sonya Friedman) ai quali dichiarare a gran voce “questa sono io”.

Aiutare lo spettatore a guardare oltre le apparenze ha richiesto al regista un lungo e faticoso tirocinio, ma, pur con le macroscopiche ellissi e l’esteriore entertainment, la progressione in climax di emozioni che lo esplicitano, se, da un lato, sottolinea la demistificante etica che antepone l’apparire all’essere “in un mondo abbastanza crudele, anche peggio di come appare nella pellicola” (De Biasi), dall’altro, vuole risalire la china, riallacciare i rapporti umani e far risplendere la luce che alberga in ogni animo.

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