Lo Specchio ne La Vita è Bella

La “Macrostoria” entra nella “microstoria”, gli aspetti più prettamente “profilmici” la rappresentano e consentono di introiettare messaggi di ampio spessore. Una narrazione? Un documentario? Un’opera lirica? E’ tutto questo e molto di più, è una parenesi universale il cui titolo “è venuto fuori all’improvviso, fa tremare tutte le costole” (Benigni), sdrammatizza il clima rovente degli anni ’30-’38 e i lager, “paradigmi assoluti dell’inferno sulla Terra” (L. Paini).

L’ossimoro concettuale, in 120 minuti, ha favorito l’energica osservazione omodiegetica di “un mondo in cui ogni umanità è spenta, deserto radicale dello spirito” (L. Paini). “Meditate che questo è stato’’ (Primo Levi), ecco l’imperativo scaturito dalla vicenda disumana e disumanizzante “affinché l’uomo non dimentichi più di essere uomo” (Levi). Scheletri viventi strisciano come fantasmi, senza più dignità e coscienza di sé stessi. Silenzio. Non esistono parole per descrivere la crudeltà con cui gli aguzzini infieriscono sui prigionieri, li degradano, li privano di ogni legame affettivo, di ogni ragione di vita, di ogni speranza. Silenzio.

E’ lo specchio rinfrangente, con la successione delle scene apparentemente lineari, fortemente sintetiche, dense di informazioni, a far luce sui nodi problematici di un’epoca e sulle incognite a essa correlate. Silenzio. Descrivere in maniera obiettiva e credibile gli eventi e lasciar giudicare. Sofferenza e comicità, “empeirìa e sensiblerie sono i fili conduttori dell’avventura esistenziale di Guido Orefice, il quale, con i suoi viaggi movimentatissimi, anticipa in prolessi i drammatici eventi che costituiranno la tessitura capillare del film.

“Commoventi storie d’amore, prima tra un uomo e una donna, poi per un figlio, in cui l’una è la continuazione dell’altra” (M. Morandini), per la rivisitazione grandiosa di Benigni supportato dalla valida consulenza dello storico M. Pezzetti e, soprattutto, di Shlomo Venezia, Sonderkommando sopravvissuto di Auschwitz. Il libraio si innamora della sua “principessa”, la sposa e, dal loro amore, nasce Giosuè. In marcata ellissi, trascorrono sei anni, la bufera non si è ancora scatenata su “cani ed Ebrei”, ma l’inevitabile arriva. Il “padre” non ha tregua, “cercare il lato divertente, o, comunque, immaginarlo, lo aiuta a non essere trascinato via come un fuscello” (Benigni). Reinterpreta, per il figlio, tutte le regole del lager e avvia un emozionante gioco con prove tremende, un carro armato sarà il premio finale. Immette Giosuè nel vivo della “sfida”, tutto è sotto il suo sguardo vigile, ma, quando i Tedeschi stanno per capitolare, viene fucilato da una dittatura in ginocchio.

Può la fantasia cambiare la realtà? Sì, perchè, attraverso di essa, LA VITA E’ BELLA ha inviato un messaggio di speranza al piccolo che “ha vinto” il carro armato ed è ritornato felice dalla mamma. Il resto è contorno. Se nell’explicit, infatti, rimbomba contrastivo “l’è verooo!!!” dell’ignaro Giorgio Cantarini, se “esiste un assassinio peggiore dell’uccisione” (Primo Levi), se i Tedeschi hanno tentato di “spegnere in lui la scintilla vitale”, la riflessione a posteriori sembra l’inno alla crescita interiore imperniato su riflessioni gnomiche propositive … “Guarda i girasoli. Si inchinano al sole; se ne vedi qualcuno troppo incurvato, significa che esso è morto. Tu, è vero, stai servendo, però non sei un servo. Dio serve gli uomini ma non è servo degli uomini” (Zio Eliseo).

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