Bastardo posto di Remo Bassini

Quanto dolore, quanto incontenibile dolore nell’ultimo romanzo di Remo Bassini! Senza confini, appigli, distrazioni, compensazioni. Solo la ricerca dello stordimento: sessanta Muratti fumate di giorno e di notte, quei passi ossessivi che portano Paolo Limara verso il luogo più surreale della città (né piccola, né grande), in cui si svolge tutta le vicenda.

Gesti nervosi, mani tremanti e pensieri impazziti, ricordi che non si vorrebbero ricordare, fantasmi che non si vorrebbero evocare. Un lutto intollerabile per Marina, la donna che forse l’ha tradito da viva, ma che di sicuro l’ ha tradito morendo.

Per questo Paolo Limara ripete una coazione di passi notturni che lo conducono nel posto in cui l’ha conosciuta, sotto i portici, davanti ad un manichino che ora gli somiglia, perché come lui è nudo, esposto, mutilato, solo, nel vuoto di un negozio che da quattro anni nessuno si è preoccupato di riempire. “Fissando le palpebre di plastica è successo che Limara ha visto i suoi di occhi, persi come due monete nel tombino, bersagliato dalla pioggia”. Sguardo spento di una sembianza umana che, come dice l’autore, si presenta così, senza sesso e senza voce a rappresentare l’angoscia di tutti noi.

Remo Bassini non avrebbe potuto renderci un oggetto più simbolico, irreale e reale al tempo stesso; associabile a De Chirico e a Magritte, e a tante assurdità quotidiane. Inquietante perché è l’unico rimasto in vetrina, dimenticato, senza una ragione plausibile, se non quella di essere lì, a riflettere e testimoniare, con il suo abbandono, la sofferenza di Paolo Limara.

E’ in copertina, nella prima pagina del romanzo, e nelle cinque notti che vedono la solitudine dell’uomo sopravvissuto alla sua amante; insieme ai sensi di colpa che sempre accompagnano un lutto, ma che qui si fanno lancinanti, e via via più intollerabili, insostenibili.

Sopravvivere alla persona amata è già di per sé una colpa; lo è anche per Anna ne La donna che parlava con i morti, il suo precedente romanzo, il cui vero protagonista è, a detta dell’autore, appunto il senso di colpa. Ma di di rimorsi sono intrise tutte le storie di Bassini: Lo scommettitore si punisce con l’indigenza, ma non può funzionare: “Tra la mia vecchia vita e questa ne vorrei un’altra, nuova”; il padre di Marina (un’altra Marina!) in Dicono di Clelia abbandona il ruolo prestigioso di medico per lavorare in un canile sull’orlo del fallimento, poca cosa perché aver umiliato l’amatissima figlia adolescente è una errore che non si rimedia. Dolore e colpa si fondono, anche qui, in questa città di provincia che è proprio un bastardo posto, dal quale si fantastica di fuggire per la vista del mare.

Paolo Limara vorrebbe nascondersi e non può. Le sue passeggiate notturne sono pubbliche, la sua storia d’amore è pubblica, lui, giornalista del quotidiano locale, è un personaggio pubblico. Ma anche le pene degli altri vengono esibite: sotto gli stessi portici, e sotto la crepa enorme nel muro di cui solo ora Paolo si accorge, s’incontrano altre persone ferite. E’ tutta la città (né piccola né grande) luogo di ferite.

L’autore sembra volerci raccontare la banalità del male e i misteri, e le insensatezze; è una commedia umana, la sua, che paragrafo dopo paragrafo si fa sempre più tragica e assoluta. Amore clandestino e amarezza coniugale, cinismo e malvagità del potere, sottomissione della maggioranza. E ancora pedofilia, preti corrotti, mafia, omicidi e suicidi, in un “Nero canto dolente” come lo definisce Massimo Novelli.

Più raramente, la straordinarietà del bene, gli affetti sinceri, le poche persone oneste e la ricerca ostinata di una giustizia sempre più lontana.

Ma è davvero troppo il male attraversato da Paolo Limara; lo incontriamo già prostrato nelle prime pagine, e in pochi giorni, il dolore degli altri si stratifica sul suo di dolore, proprio mentre lui avrebbe bisogno di dire l’indicibile, di piangere, non davanti ad un manichino di plastica, ma a una persona vera, che lo ascolti senza giudizi o pregiudizi e senza aspettarsi da lui chissà che. Non può farlo la moglie, che si trova vicina al marito vedovo di un’altra donna, e silenziosamente aspetta, rinsaldando il legame con il figlio, in un intesa dalla quale lui è per forza di cose escluso.

E se tutti i personaggi di Remo Bassini si trovano a fare i conti col passato, qui, il protagonista è costretto a farlo insieme a tutta la città. Rivisitarlo, il passato, pacificarsi, è l’unico modo per immaginare il futuro. Ma pare non esserci futuro in Bastardo posto, solo un accanimento verso ciò che ingiustamente è rimasto sepolto, l’unico modo per vivere un presente tollerabile, sollevando quel velo, allontanando quelle ombre troppo spesse che lo rendono invivibile.

Ombre che prendono alla gola come nell’incubo di Giacomo (Dicono di Clelia): il sogno terrificante di un se stesso che incombe nella notte e si avvicina per strangolarlo. Qui, in Bastardo posto, il dolore incalza, perseguita, impietoso, devasta la struttura stessa del Sé. Secondo lo psicoterapeuta Paolo Baiocchi, che ha ben distinto tra dolore contenibile e non contenibile (il primo fatto di problemi, conflitti, crisi, ferite, il secondo di rottura psichica) ci sono solo due vie percorribili davanti ad una sofferenza così: l’anestesia o il sostegno ambientale. L’ottundimento non funziona per Paolo Limara, di sostegno ambientale neanche a parlarne!

Anzi, la città sembra quasi un teatro di una mente delirante, proiezione malata del crollo psicologico del protagonista. Il montaggio della narrazione è rapidissimo, come a seguire un ritmo interiore che non può concedersi pause; paragrafi brevi come la convulsione dell’anima. L’autore ricorre spesso a frasi del tipo: “Ha finito di lavorare tardissimo Paolo Limara”, oppure “Era un bravo ragazzo, da ragazzo, Paolo Limara” Con quel soggetto alla fine che ci riporta dalla coralità al personaggio, meritevole, più di tutti, del nostro ascolto.

Anche gli altri romanzi di Remo Bassini presentano una focalizzazione sempre in movimento, e un ritmo spezzato che, grazie alla sapienza della sua scrittura, sa mantenere una piacevole fluidità. Un solo problema per il lettore: se li si consuma in fretta, vien voglia di assaporarli, e quando se ne rallenta la lettura (come chi scrive ha scelto di fare per Bastardo posto) rimane il desiderio di divorarli.

Note:

Bastardo posto, pag 119, 143, ed. perdisapop

Lo scommettitore, pag. 32, ed. Fernandel

La citazione di Paolo Baiocchi è tratta da: Informazione psicologia Psicoterapia Psichiatria – n. 41-42, pag. 56. 59

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