L’Attaccamento nella Famiglia

“Una famiglia fornisce una rete affidabile di relazioni di attaccamento che consentono a tutti i membri della famiglia e a qualsiasi età di sentirsi abbastanza sicuri da spingersi a esplorare le relazioni che vi sono tra loro e quelle che hanno instaurato all’esterno della famiglia”(Byng-Hall, 1995).

Le relazioni

Fin dall’antichità, si è cercato di comprendere l’uomo in riferimento al contesto sociale: l’isolamento veniva considerato una condizione estranea alla sua natura perché chi rifiuta di vivere in comunità, riprendendo Aristotele, “o è un essere inferiore o non è un uomo” (Politica, Libro I, 1253°, cit. in Abbagnano, 1992). Ogni individuo ha bisogno di stare con gli altri (Maslow, 1954, cit. in Holmes, 1993): l’integrazione e la socializzazione garantiscono sopravvivenza e benessere.

La “famiglia”, nel senso di “istituzione biologica” (Donley, 1993), si è costituita circa 180 milioni di anni fa come conseguenza naturale dello stile di accudimento dei primi mammiferi. Le particolari cure richieste dai cuccioli non si esaurivano al mero “sostentamento biologico”, ma contribuivano anche al loro corretto sviluppo psicologico (ibidem). Le famose ricerche condotte da Harry Harlow su scimmie Rhesus dimostrano come la deprivazione delle cure affettuose di un adulto (e non del cibo!) nella prima parte di vita possono causare difficoltà motorie, cognitive e sociali a lungo termine.

L’attaccamento è una “relazione” a tutti gli effetti, sebbene resti una relazione prototipica del rapporto con l’altro, in quanto formatasi con la figura fondamentale dell’investimento affettivo primario, cioè la madre (Bowlby, 1969).

L’etimologia del termine “relazione” individua due livelli di significato: “re-ligo” e “re-fero” (Scabini, 2003). Il primo rimanda al “legare” nella sua azione concreta e astratta, può perfino acquistare un valore sacro e di lealtà, dato che la sua radice è comune ad altre parole, come “religio, -onis” (“scrupolo”, “coscienza”, “fede”); il secondo comprende una vasta gamma di significati, dal più immediato “riportare” agli interessanti “ricambiare”, “riferire”, “attribuire”, “rinnovare”, “rievocare” (Castiglioni e Mariotti, 1990).

La relazione è quindi un fenomeno che avvicina e mantiene coloro che vi prendono parte, ma è anche qualcosa che prosegue, si rilancia e si recupera, come suggerito dal prefisso “re-” all’inizio di ciascun termine, in un’interazione circolare.

Mary Ainsworth aveva sottolineato l’importanza delle relazioni familiari nella sua tesi di dottorato parlando di “sicurezza familiare”, dimostrando di non limitare le sue osservazioni alla diade bambino-caregiver ma cercando di comprendere le interazioni all’interno del sistema più ampio in cui il bambino è inserito. Vi sono evidenze empiriche che consentono di affermare che la teoria dell’attaccamento affonda le sue radici nella teoria generale dei sistemi (Loriedo, 2000). La nozione di Bowlby secondo cui il comportamento del bambino e della FdA sono reciprocamente regolati sulla base di meccanismi cibernetici, è di tipo sistemico (Marvin e Stewart, 1990 cit. in Loriedo, 2000). Si tratta di una teoria che evidenzia l’importanza della relazione, i pattern di attaccamento sono, infatti, una proprietà della relazione e i MOI rappresentano l’internalizzazione dei legami di attaccamento, inoltre considera il polo agente e quello ricevente come sistema di interazione vicendevole regolato da meccanismi retroattivi (Holmes, 1993 cit. in Loriedo, 2000). A tutto ciò si aggiunge l’aspetto dinamico dei MOI e della stessa configurazione di attaccamento: non si possono considerare fenomeni stabili e immutabili bensì dei processi con continui aggiustamenti in funzione dei fattori di rischio e di protezione cui l’individuo e sottoposto nel ciclo di vita allo scopo di conservare un equilibrio dinamico tra sé e il contesto. L’apprezzamento di Bowlby inerente al lavoro terapeutico con le famiglie traspare in un articolo del ’49 intitolato “Reazioni circolari nella famiglia e in altri gruppi sociali” in cui l’autore espone concetti di carattere squisitamente sistemico sottolineando l’importanza di osservare le famiglie al completo, anche se nella pratica clinica l’autore si concentrò sulle diadi. Margaret Donley ha evidenziato la necessità di estendere l’attaccamento oltre la diade collocandola in un’unità emozionale più ampia, la famiglia, nella quale le relazioni madre-bambino, padre-bambino non sono separate ma sono l’una parte essenziale dell’altra e a sostegno di ciò l’autrice menziona delle ricerche in cui le osservazioni ottenute in un contesto triadico risultano differenti rispetto a quelle ottenute in uno diadico (Donley, 1993). Un aspetto importante dell’impiego della prospettiva sistemico-relazionale nell’ambito della teoria dell’attaccamento è rappresentato dal fatto che alcune nozioni possono acquisire aspetti nuovi ed espandersi, come il concetto Modello Operativo Condiviso, rappresentativo dei legami all’interno della famiglia, in cui vi sono delle aspettative, delle pianificazioni condivise e ogni singolo membro possiede un modello rappresentativo di come lui e gli altri interagiscono (Marvin e Stewart, 1990 cit. in Loriedo, 2000). Allargando il contesto e prendendo in considerazione il sistema famiglia la sicurezza dell’attaccamento può venire meno a fronte di importanti modificazioni dell’assetto familiare, come avviene in occasione di eventi critici del ciclo vitale. Secondo tale ottica il bambino non si legherebbe solo alla sua FdA, ma, attraverso quest’ultima, all’intero campo emozionale della famiglia, al cui interno il funzionamento della coppia genitoriale e la natura delle relazioni con gli altri membri della famiglia rappresenterebbero la rete globale di relazioni alle quali il bambino si lega. Entro il campo semantico (cioè esperienziale, emozionale, affettivo, cognitivo) della relazione di accudimento materno (allattamento e cura) si muovono altri personaggi (padre, nonni, fratelli, amici di famiglia etc.) che vengono progressivamente raggiunti dalla matrice di significazione, strutturati nella mente del piccolo come fondazione relazionale del Sé e delle sue rappresentazioni. Il coordinare queste nuove significazioni amplia il campo psichico della nicchia etologica.

Yale Psychiatric Institute Family Study: un esempio applicativo della teoria dell’attaccamento al lavoro clinico e di ricerca con le famiglie.

Dal 1984 al 1991 le ricercatrici Diamond e Doane hanno condotto uno studio prospettico longitudinale relativo ai pattern di attaccamento nelle famiglie con pazienti psichiatrici, al funzionamento del sistema attraverso la valutazione dell’attaccamento e lo scambio affettivo tra i membri. La qualità delle relazioni di attaccamento è stata valutata attraverso l’utilizzo del Parental Bonding Instrument (PBI), un questionario che misura la percezione che il soggetto ha di un genitore rispetto alle due dimensioni: sostegno attivo percepito e controllo percepito; e il Five Minute Speech Sample (FMSS), resoconto del legame significativo di attaccamento della durata di 5 minuti, attraverso il quale si valuta la rappresentazione interna della relazione di attaccamento. I dati evidenziano un’associazione tra attaccamento disturbato verso i propri genitori e grado di affettività negativa espressa nei confronti dei figli con psicopatologia che potrebbe suggerire una trasmissione intergenerazionale dei fattori di rischio psicosociale legati all’attaccamento. Le autrici con il loro studio sostengono l’ipotesi secondo la quale attraverso l’espressione degli affetti e la qualità del legame di attaccamento vi è una trasmissione inconsapevole lungo le generazioni. In particolare le famiglie di pazienti schizofrenici o affetti da grave disturbo della personalità tendono a ricreare le proprie storie di attaccamento e riproporle nelle interazioni quotidiane (Doane e Diamond, 1994). Nel testo “Affetti e attaccamento nella famiglia” le autrici propongono una suddivisione tipologica delle famiglie in base al tipo d’attaccamento e all’espressione degli affetti. Le famiglie ad alta intensità sono caratterizzate da attaccamento positivo genitori-figli e da interazioni ad elevata intensità emotiva. Si tratta di famiglie invischiate in cui i genitori descrivono le proprie famiglie d’origine come anch’esse caratterizzate da ipercoinvolgimento emotivo, forniscono dati dei propri genitori idealizzati e comunque non coerenti con quelli anamnestici. Di qui la polemica secondo cui sarebbe opinabile classificare queste famiglie come ad attaccamento sicuro, vista la bassa coerenza delle narrazioni. Le famiglie a bassa intensità sono contraddistinte anch’esse da attaccamento positivo genitori-figli ma a differenza delle precedenti, da un clima affettivo con toni bassi. I genitori, infatti, non risultano ipercoinvolti o distaccati nei confronti del paziente e le loro narrazioni concernenti la propria famiglia d’origine appaiono coerenti e in grado di integrare aspetti positivi e negativi. Queste famiglie risultano essere quelle numericamente inferiori nel campione e le più facili da trattare. Rispetto alle precedenti risultano essere quelle realmente ad attaccamento sicuro. Le famiglie scollegate risultano caratterizzate da attaccamento negativo tra paziente e almeno uno dei due genitori, con interazioni familiari sia ipercoinvolte sia distaccate, al pari di quelle tra i genitori del paziente e i propri genitori, come se il modello di rifiuto si perpetuasse di generazione in generazione. Nel campione preso in esame questa risulta essere la tipologia di famiglia riscontrabile più di frequente. I risultati dello studio e l’esperienza clinica di queste autrici suggeriscono l’esistenza di rappresentazioni multigenerazionali di attaccamento nella famiglia e l’importanza dello scambio dialettico continuo tra famiglia rappresentata e famiglia concreta, tra modificazioni dei modelli rappresentativi interni di attaccamento e cambiamenti nelle interazioni che effettivamente avvengono nella famiglia (Loriedo, 2000).

Da una base sicura a una base familiare sicura

John Byng-Hall, psichiatra infantile e terapeuta della famiglia alla Tavistock Clinic di Londra dal 1973 (anno del pensionamento di John Bowlby, a fianco del quale ha lavorato a lungo), è l’autore di un modello del funzionamento familiare che supera il dualismo tra famiglia rappresentata e famiglia concreta, un modello che considera insieme gli aspetti descrittivi e gli aspetti pragmatici della relazione, risolvendo la diatriba tra intrapsichico e relazionale, tra relazioni reali e modelli operativi interni, considerando lo sviluppo psicologico un processo interpersonale. Byng-Hall (1995) introduce nella terapia familiare il concetto di “copione” (script): esso può essere definito una rappresentazione mentale di un comportamento di attaccamento. Il modello descrive il modo in cui i vari script convergono a creare family script che corrispondono a “le aspettative condivise della famiglia di come i ruoli familiari debbano essere rispettati all’interno di contesti differenti” (Byng-Hall, 1995 cit. in Loriedo, 2000), l’esistenza dei quali consente alla vita familiare di scorrere senza intoppi, attraverso una serie di azioni di routine eseguite quasi automaticamente. In qualche modo il copione familiare assomiglia ad una commedia in cui ogni personaggio ha un ruolo proprio e proprie motivazioni: questi contribuiscono a creare quello che può dirsi un intreccio, una trama familiare.

I family script contengono indicazioni sul comportamento da adottare in determinate circostanze, su “chi fa che cosa” nell’affrontare le circostanze della vita e le relazioni interne al sistema.

L’identificazione in uno script profondamente radicato e condiviso è di grande importanza per una famiglia nel mantenere una propria coerenza quando reagisce al mondo esterno. Il fatto che il copione sia condiviso non implica che tutti abbiano le stesse idee su di esso: semplicemente si limitano a non infrangerlo e a perpetuarlo, in modo tale che le aspettative di tutti su cosa accadrà in un determinato scenario possano rimanere le stesse.

Quando un episodio della vita familiare viene riconosciuto dai membri della famiglia come tipico delle interazioni del nucleo, esso può essere definito uno scenario rappresentativo dello script familiare in un determinato contesto. Alle prese, ad esempio, con un determinato compito – che costituirà il contesto dello scenario – la famiglia metterà in scena un intreccio, nel quale si esplicano i ruoli e le motivazioni di ciascuno nello sviluppo dello scenario; il risultato, vale a dire la conseguenza dell’interazione, sarà di grande importanza nel determinare la sorte dello script: se, in base all’esperienza passata, un risultato prevedibile è particolarmente temuto, i membri della famiglia si adopereranno per impedirne il verificarsi di nuovo, a qualunque costo.

La narrazione di memorie è fondamentale: nella storia raccontata emergono aspetti da emulare e da evitare. La ripetizione della storia rassicura i membri sul fatto che l’immagine verrà condivisa.

L’insieme dei diversi scenari previsti nelle diverse situazioni costituisce lo script familiare completo, che raccoglie le aspettative circa tutte le relazioni familiari.

Quando il vecchio script non è più efficace per far fronte alla situazione attuale, gli individui coinvolti possono sentire il bisogno di abbozzare gli elementi base di un nuovo scenario: l’improvvisazione diventa pertanto necessaria. Ma per improvvisare è essenziale sperimentare una base sicura tale da poter correre il rischio di non affidarsi alle esperienze consolidate. Quando questa manca, l’individuo si ritrova a ripetere lo stesso copione: la necessità di cambiare è forte, ma altrettanto forte è l’impossibilità di farlo. Il vecchio copione presenta la ragionevole certezza di poter prevedere i risultati seppur disastrosi ma certamente preferibili all’incertezza e al rischio di tragedie ben peggiori. Byng-Hall sostiene che la rigida ripetitività degli schemi interattivi sia il risultato del privilegiare la sicurezza all’esplorazione. Un concetto cardine del suo pensiero è quello di base familiare sicura, una rete affidabile di protezione che garantisce a ciascun membro la sicurezza che consente di esplorare nuove modalità relazionali ed evolvere, insieme alla consapevolezza che le FdA possono fornire cure anche ad altri senza che si verifichino perdite o che si venga dimenticati.

Gli script possono essere classificati a seconda delle relazioni che riguardano: esistono script sui rapporti tra i genitori, o tra i fratelli, oppure script intergenerazionali, come ad esempio quelli che riguardano i rapporti tra padre e figlio o più in generale le relazioni tra due generazioni.

Gli script transgenerazionali sono quelli che provengono dalle generazioni precedenti e che vengono trasferiti nell’interazione attuale: di questi fanno parte gli script ripetitivi e quelli correttivi.

Possono, ancora, essere classificati in base alla funzione, essi possono comprendere anche tutte le funzioni più particolari della vita di una famiglia (esempio: lo script del momento dei pasti). Più in generale in base alla funzione distinguiamo gli script di problem solving, o gli script di soluzione del conflitto dei quali un esempio sono gli script di triangolazione: un conflitto diadico viene risolto mediante l’intervento di un terzo quale pacificatore o regolatore della distanza,senza peraltro mai risolvere veramente il conflitto.

Ancora, possono essere classificati in base alle aspettative circa la direzione che prenderanno gli eventi (script ottimistici, tragici, di successo ecc.) o in base alla strategia impiegata (script di evitamento, di sostituzione, vedi ad esempio alcuni script del lutto).

È opportuno distinguere il concetto di script da alcuni altri apparentemente simili:

– rituali familiari: rappresentazioni simboliche che celebrano particolari funzioni, spesso nei momenti di transizioni fondamentali. Degli script sono una sottocategoria;

– miti familiari: le credenze che la famiglia ha su se stessa; contengono talvolta una sorta di autoinganno che giunge a negare il divario tra il mito condiviso e l’evidenza dei fatti;

– storie familiari: spiegano l’azione che si è svolta nel passato, mentre gli script prescrivono l’azione da intraprendere ora e nel futuro;

– leggende familiari: storie “condensate” ripetute di frequente; il materiale fantastico che le costituisce contiene alcune implicazioni su come la famiglia dovrebbe agire nel presente; ha in comune con lo script il fatto che i membri impersonano i propri ruoli in una messa in scena in costante evoluzione.

Script, storie, miti e riti familiari sono intrecciati fra loro.

Conclusioni

Sulla base delle premesse teoriche della teoria dell’attaccamento, esplorando la storia della famiglia e lavorando sui copioni transgenerazionali, l’approccio di Byng-Hall rappresenta un valido esempio applicativo della teoria dell’attaccamento al lavoro terapeutico con le famiglie, che esalta le risorse esplicative e d’intervento offerte dall’integrazione di tale teoria con il modello sistemico-relazionale.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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Loriedo C., Picardi A., Dalla teoria generale dei sistemi alla teoria dell’ attaccamento, Franco Angeli, Milano, 2000.

Scabini E., Iafrate R., Psicologia dei legami familiari, Il Mulino, Bologna, 2003.

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