Moda tra Identità e Comunicazione

Le società umane, per secoli, si sono interessate ai fenomeni antropologici e culturali che le caratterizzavano, dalle arti figurative alla filosofia, dalla musica alla letteratura. L’individuo trovava, in questi ambiti, una zona franca ideale, lontana dai travagli del quotidiano, e fissava in essa una netta linea di demarcazione tra quanto gli garantiva l’elevazione spirituale e intellettuale verso cui tendeva, e quanto, invece, lo costringeva nel mondo, spesso deprivante, della quotidianità.

La natura dell’essere umano, però, tende verso l’evoluzione comportamentale, orientata a crescere, maturare per coltivare nuovi interessi e, conseguentemente, abbandonare usi, e costumi divenuti anacronistici. E’ passato molto tempo prima che allo studio della biologia, della medicina e della storia e della filosofia, si affiancassero, nel campo del sapere, le scienze sociali. Con la nascita ufficiale di queste scienze, gli studi hanno dilatato l’attenzione su attitudini, comportamenti e atteggiamenti dell’essere umano che si pone ora come focus del loro interesse. Il percorso intrapreso prosegue tutt’ora poiché gli innumerevoli aspetti dell’essere umano non possono essere colti nella loro completezza, dinamicità e integrazione in tempi brevi. L’uomo, infatti, è una creatura inserita in un processo evolutivo, non solo per quanto riguarda l’aspetto fisico, determinato dalle impercettibili mutazioni genetiche che permettono la sopravvivenza della specie (Darwin C., 1926), ma, soprattutto, in ambito culturale, comportamentale, psicologico e sociale. In particolare i settori di indagine sociologica e psicologica si sono allargati a problematiche diverse, ma spesso gli scienziati hanno privilegiato alcuni ambiti di studi sacrificandone altri.

Quello della moda, ad esempio, è sempre stato giudicato un argomento futile, da “salotto”, per donne frivole, spesso capricciose, sempre pronte, a prendere di mira qualche conoscente e criticarla perché non veste secondo i dettami della moda più recente. L’immagine icastica adottata da questo fenomeno è divenuta linguaggio nei sinonimi di fugacità, variabilità e mutamento. Eppure non è così e chi scrive ha ampiamente trattato l’argomento (Sardo M., 2007) tratteggiando la moda come, prima di tutto, storia di una civiltà in continuo divenire. Coloro i quali non comprendono questo concetto non riescono ad andare oltre il pezzo di stoffa colorato che si osserva nelle vetrine dei negozi o addosso alle donne. La nascita di un nuovo stile è sempre stato lo strumento col quale un gruppo, in una società in evoluzione, ha voluto comunicare la propria identità, la propria differenziazione da un altro gruppo di cui non condivideva le opinioni o l’adesione a determinati valori culturali. Gli stilisti colgono al volo, ma spesso anticipano questi cambiamenti e li concretizzano in nuove linee, nuove tendenze che, condivise dalla maggioranza, diventano moda.

L’individuo si veste per conseguenza di tre fattori: protezione, pudore e ornamento, ma, quest’ultimo, è diventato il tratto più significativo, tanto che si è voluto riferire il termine vestiario a quanto può proteggere e costume a ciò che può ornare (Flügel J., 1972). L’unione tra il costume e l’abbigliamento origina, secondo De Saussure (1960), il vestiario. La moda può essere considerata sotto un duplice aspetto: come fatto di costume, elaborato artificialmente da specialisti per evidenziare la cultura di appartenenza e come fatto di abbigliamento, riproducendo il modello ideato per commerciarlo. L’abito, in generale, deve essere analizzato come un fatto culturale, un prodotto creativo della società, visto come un modello sociale, un’immagine standardizzata di comportamenti collettivi inattesi; i fatti, in seguito, si traducono con concetti di natura assiologia sulla base di:
1. indizi: si riproducono al di fuori di ogni intenzione o comportamento finalizzato. Il vestiario, ad esempio, è trattato come traccia della propria interiorità sulla base di due orientamenti: quello propriamente psicologico, che analizza scelte e motivazioni, e quello psicoanalitico, che si interroga se la forma del vestiario sia veramente un indice attendibile e se tale orientamento esuli da ogni intenzione. Chi scrive crede nella correlazione, anche se, talvolta, la scelta è inconscia.
2. significati: lo studio del vestiario dipende strettamente dalla cura con cui sarà analizzato il costume come sistema sincronico (Meyerson E., 1989).

Il mondo della comunicazione non verbale è di sconfinata ampiezza e, per questo motivo, non deve stupire l’esistenza di una scienza della moda e dell’abbigliamento in possesso di un’articolata forma di comunicazione e dotata di un linguaggio elaborato. L’abito, infatti, è caratterizzato da segni che celano un significato, più o meno palese, utilizzato dagli individui per la realizzazione di scambi interindividuali definibili relations in public (Goffmann E., 1982). E’ il caso della tonaca della suora ma è, soprattutto, un principio valido in situazioni più informali come i capi indossati dalle ragazze in discoteca o dalle signore ad una riunione, ad un appuntamento galante o a spasso in città con i figli. Nella comunicazione non esiste una differenza sostanziale tra i segni, le parole e gli oggetti funzionali come la tonaca. Alla stregua di uno psichiatra che cerca di individuare nel suo paziente quei sintomi che rivelano un’alterazione nella struttura neurofisiologica, il semiologo è autorizzato a ricercare negli abiti quei segni che mettono in evidenza come essi siano oggetti funzionali a rappresentare un universo simbolico (Eco U., 1975).
In alcuni casi, come quello della moda, l’oggetto perde la sua funzionalità fisica, e acquista il valore comunicativo in modo così chiaro, da diventare, anzitutto, segno e conservare la sua reale natura di oggetto solo in seconda istanza. Un esempio può essere l’abito colorato delle donne nel Rinascimento, nato come moda e diventato, in seguito, segno distintivo delle meretrici; o, ancora, l’attribuzione dei colori, rosa per le femmine e blu per i maschi, o del nero per il lutto. Tutti segni artificiali che, pur prodotti volontariamente dall’uomo, si stratificano e diventano una sorta di radiografia che permette di penetrare e analizzare la cultura di un popolo. L’abbigliamento, quindi, “parla”, riposa su convenzioni e codici, molti dei quali sono robusti, intoccabili, tali da spingere gli utenti a “parlare in modo grammaticalmente corretto”, pena il bando dal gruppo sociale con il quale l’individuo sta interagendo (Eco U., 1975).
Altri codici, invece, sono deboli, mutano con una certa rapidità, rendendo difficoltosa la stesura dei corrispettivi “dizionari”; essi vanno ricostruiti sul momento e inferiti dai messaggi stessi. Il linguaggio degli stili vestimentari si differenzia dal rapporto semiotico classico di langue e parole attraverso la funzione attiva svolta dall’abito, che, essendo di obbedienza o di ribellione, va oltre la comunicazione e crea una tensione tra uso e regola. Il codice è un costrutto teorico che ingloba, al suo interno, un’antinomia: se, da un lato, la comunicazione sembra impossibile senza codice, dall’altro non esistono due persone che usino codici identici per interpretare i segni. L’impasse, quindi, non può che risolversi nella differenziazione tra il codice sociale e gli abiti interpretativi personali (Eco U., 1975). Il primo consente di rappresentare le risposte in modo omogeneo e rimanda a significanti convergenti ma identificati, per semplificazione, come identici; il secondo aspetto, invece, vede la soggettività come fonte portante della semiosi, il cui codice è affidato a un abito che va spiegato in termini di un’abitudine interpretativa. La semiotica del codice, rivedibile e parziale, si costituisce solo quando c’è un messaggio che la postula come condizione esplicativa (Bonfantini M.A., 2004).
Età, sesso, etnia, religione, molteplici sono i messaggi che l’abito riesce a veicolare mostrandosi come il “biglietto da visita” di colei che lo indossa. Le motivazioni della donna di fronte alla moda sono contraddittorie e oscillano tra quelle orientate verso la socializzazione e quelle narcisistiche, di “coccolamento” dell’io; il gruppo di riferimento e la creatività illusoria, rappresentano, pertanto, i punti focali che inducono alla scelta dell’abbigliamento. La donna, stimolata sia dalle influenze esterne sia dal desiderio di sentirsi unica e originale, si muove nel mondo affascinante e frustrante del fashion; in tale ambientevive non solo gli stati d’animo generati dall’oppressione e dall’imposizione di una classe sociale ma, anche, gli atteggiamenti ludici nati dal desiderio di gratificazione e dal fascino personale. La donna cerca la rivincita per sé stessa, un modo per poter emergere dal buio dell’omologazione e della cieca accettazione, cerca un abito che le conceda una rivalutazione del suo essere come individuo e come classe sociale, un indumento, insomma, che diventi manifesto della sua identità come, ad esempio, è stata la minigonna negli anni della contestazione femminile.
Gli zoologi, primo tra tutti Darwin (1926), spiegano come l’essere umano abbia iniziato il “gioco del vestiario” imitando la natura; il pavoneggiarsi di una donna, infatti, è solo l’ennesimo parallelismo tra determinati ornamenti degli animali e la loro valenza sessuale. La coda dei pavoni, analogamente alle corna dei cervi, assolve alla funzione di richiamo, nell’ambito di una naturalissima dialettica dei sessi che, al suo interno, incorpora anche gli esseri umani. Tutti gli esseri viventi, in tal modo, comunicano con i segnali attraverso i quali si esprimono e, proprio per il carattere innato di questa esigenza, appare impossibile sottrarsi al gioco della moda in cui l’abito inevitabilmente diventa mezzo di comunicazione (Volli U., 1988). Il vestito concede sempre un’interpretazione, funge da tramite, filtro o amplificatore del contesto nel quale è inserito, non appare mai neutro o, peggio ancora, insignificante (Flügel J.,1986). Tra le caratteristiche interpretative, però, non può essere enumerata quella della veridicità: l’abbigliamento esprime solo ciò che l’individuo desidera comunicare, suscita reazioni insolite e, spesso, menzognere (Squicciarino N., 1986). E’ necessario, quindi, smentire il teorema di Thomas, secondo il quale se una cosa è ritenuta vera, allora lo saranno anche gli effetti (Perrotta R., 1988); l’abbigliamento clochard, con stoffe strappate o stropicciate, non significa necessariamente l’assenza di gusto o sciatteria, ma può prestarsi a molte altre chiavi interpretative.
La moda non perde il suo valore gnoseologico neanche di fronte alla nudità. Quest’ultima è correlata non tanto al corpo, quanto alla semplice assenza di abiti; da Cicciolina alle giovani naziste, dai campi nudisti ai coscritti della visita di leva, in ciascuna situazione l’assenza di abiti acquista un significato differente. In alcuni casi, come quello della moda, l’oggetto perde la sua funzionalità fisica, e acquista il valore comunicativo in modo così chiaro, da diventare, anzitutto, segno e conservare la sua reale natura di oggetto solo in seconda istanza. Un esempio può essere l’abito etnico attraverso il quale la donna esprime la propria cultura di appartenenza. L’identità sociale, infatti, passa soprattutto attraverso i segni vestimentari ed è facile comprendere come il messaggio trasmesso da un indumento di una consumatrice di moda araba non è lo stesso di quello di una europea, africana o asiatica.
La cultura, infatti, è una fenomenologia all’interno della quale si rintracciano le espressioni di un modus operandi che sono anche di un modus vivendi. L’interpretazione della cultura, intesa appunto come l’abbiamo appena definita, è una operazione mentale che compiono sia coloro che la studiano, come gli antropologi culturali, sia coloro che ne sono portatori, ossia tutti gli uomini. Ogni società sviluppa una propria e condivisa fenomenologia, o esperienza comune, grazie alla quale elabora un complesso sistema di lettura del mondo. Questo sistema di valutazioni segue un criterio che, Aristotele prima e Kant successivamente, definiscono categoriale, una catalogazione, cioè, compiuta attraverso l’utilizzazione di categorie mentali – culturali. Una di queste è la rappresentazione. Ogni essere umano elabora, a seconda della cultura di appartenenza, un atteggiamento verso la rappresentazione di sé. Ogni individuo possiede un personale modo di presentare al mondo, dunque agli altri, ma anche a se stesso, la propria immagine. E lo fa con un linguaggio a sé congeniale. Questo rappresentarsi si rivolge ad ambiti diversi e coinvolge dunque linguaggi diversi, come il modo di vestire, il linguaggio verbale, il linguaggio corporeo, etc. Nel mondo occidentale contemporaneo, tutto ciò è particolarmente evidente, poiché l’immagine che ciascuno offre di sé è il primo biglietto da visita che si presenta all’interlocutore. E’ sotto gli occhi di tutti, ad esempio, quanto le donne si adoperino per rappresentarsi sempre al meglio, combattendo i segni dell’età con ogni tipo di armi. Ed è altrettanto esperienza quotidiana quanto uomini e donne seguano la moda e “le mode”, con lo scopo latente e più o meno conscio di sentirsi integrati in un mondo nel quale l’apparire è sinonimo di essere.

La donna di moda, racchiude in sé una collezione di piccole essenze separate, molto simili ai “ruoli” del teatro classico; essi portano a una confusione del soggetto e del predicato così che “di colei è ciò di cui se ne dice”(Barthes R., 1976). Questa discontinuità psicologica rende possibile una vera e propria combinazione di unità caratteriali che delineano la personalità di ciascuno. La raccolta di tali elementi, identificabili come piccole essenze psicologiche, spesso anche in contrasto tra loro, non è che un modo per conferire alla persona una duplice tipicità caratterizzata dall’individualizzazione e dalla molteplicità. La prima di queste proprietà si concretizza se si considera il carattere come una combinazione delle essenze, unica e originale rispetto a quella di tutte le altre donne; la seconda, invece, permette all’individuo di “mascherarsi” ogni volta dietro una differente essenza della propria personalità.
Il termine “Identità” indica proprio la tutela di cognizioni e sentimenti, legati alla continuità storico-culturale e personale, attraverso le quali è possibile percepirsi come unità originale. In tal modo è possibile comunicare o, come indica l’etimologia della parola, informare gli altri su sé stessi; l’assunto esclude, quindi, l’esistenza di un carattere al singolare, poiché tutto ciò che è compreso dal mondo prevede uno spettatore. Ogni individuo, inserito nel sistema, acquista un ruolo che lo lega a un’aspettativa comportamentale prevista dal suo status e mirata a interagire con l’ambiente esterno al proprio gruppo sociale diventando, al contempo, soggetto e oggetto attivo (Bertirotti A., Succi A.J., 2005).
Le sanzioni al codice vestimentario sono sempre presenti quando coincidono con una scelta ideologica; un esempio eclatante per una donna, in tale contesto discorsivo, è andare a un consiglio d’amministrazione con una minigonna o un pantalone attillato, sembrando, a torto, volutamente provocatoria. La pubblicità data alle scelte, e la corrispettiva corsa conformistica all’adeguamento, svuotano spesso le scelte vestimentarie del loro significato primitivo. Tornando alla minigonna, essa è stata prima simbolo di rivoluzione sessuale e, poi, oggetto di moda. La società, quindi, in qualsiasi forma si costituisca, parla attraverso l’abito. La relazione tra la moda e gli individui si risolve nella circonlocuzione, apparentemente paradossale, di: parla perché si costituisce e si costituisce perché comincia a parlare. Coloro i quali non sanno cosa ascoltare, o travisano il linguaggio non verbale della moda, l’attraversano a tentoni, poiché, ignorandola, non la modificano. Da questa relazione derivano tre diverse concezioni riguardo all’abito(Sartre J. P.,1960):
1. popolare-poetica: l’indumento produce, magicamente, la persona;
2. empirica: la persona produce l’indumento e si esprime attraverso di esso;
3. dialettica: fra la persona e l’indumento si forma un “tourniquet”, un mulinello in sinergia.
La moltiplicazione delle persone in un solo essere è sempre considerata dalla moda come indizio di potenza; i sarti possono, con la loro creazione, concedere a una donna di essere contemporaneamente rigida e dolce, facendole vivere una doppia vita. La maschera indossata, però, nella moda non comporta uno smarrimento della personalità: il motivo, infatti, è ludico, per la donna non c’è rischio di perdersi e l’indumento non rappresenta il gioco ma il segno di un gioco. Questo è ciò che succede, nella società contemporanea, nelle discoteche dove l’individuo si trasforma. Questo desiderio è sempre vivo come testimonia la letteratura di moda come il mito del fregolismo[1], che sembra annesso ad ogni riflessione mitica del vestire.
La spiegazione di questo fenomeno va ritrovata nel sistema semantico: nominando il gioco vestimentario, la moda lo esorcizza; il gioco del vestire non è più il gioco dell’essere, la domanda angosciante dell’attore tragico che chiede “Chi sono? Chi siete”, ma semplicemente una tastiera di segni, fra cui una persona sceglie il divertimento di un giorno. Questa forma è vista come l’ultimo lusso di una personalità tanto poliedrica da moltiplicarsi e tanto stabile da non perdersi mai. La moda, attraverso il gioco, affievolisce il discorso sul tema, più complesso, della coscienza umana; correlare il processo semantico con la futilità della scelta del capo alla moda, infatti, consente all’individuo di trascurare “l’ossessione del vestire”.
In questa visione, si può comprendere la necessità di un rapporto molto stretto tra il sé e la persona che lo “indossa”; i vestiti diventano una “seconda pelle”, un’estensione del corpo, assumono la stessa funzione comunicativa non verbale, che si sviluppa in modo generalmente volontario e, talvolta, inconsapevole (CaterinaR., 1996). Supportando la seconda ipotesi, l’atto inconscio, si creerebbe una discrepanza tra ciò che il linguaggio trasmette e ciò che gli abiti comunicano. L’abito indossato mostra sia l’appropriatezza al ruolo sociale che si vuole rappresentare sia dimensioni della personalità, ugualmente importanti, come l’essere attraenti, in buona salute, gioiosi e così via. Su quest’onda, si è inserita la collezione Camomilla della primavera-estate 2004, che ha lanciato, come slogan, una provocatoria riflessione introspettiva: accanto a tre donne, che veicolano messaggi difformi attraverso l’abbigliamento, la reclame detta: “Chi vuoi essere oggi? Io”: l’azienda garantisce alle donne la possibilità di soddisfare qualsiasi modello di riferimento. Comprendere questa delicata interazione è possibile soltanto spaziando nello studio della mente umana poiché quest’ultima non è costituita soltanto dall’attività cerebrale derivante dal corredo genetico ma, anche, dalle esperienze concrete interpersonali e ambientali che un individuo produce durante la sua vita.
Il “sé” è un costrutto complesso, un insieme di più fenomeni che comprendono vari stadi o capacità generali che si organizzano in tempi diversi nello sviluppo individuale. E’ stato James (James W.J., 1950) il primo che ha distinto le varie forme della struttura sintattica; sia essa pubblica o privata, spirituale o materiale, l’abbigliamento e la moda, segnano la transizione trai vari “sé” posseduti da una persona, costituendo dei punti di riferimento essenziali. La tendenza stilistica, però, non appartiene a nessuno dei due spazi, ma ne determina il rapporto influendo con l’apparenza che ciascuno vuole trasmettere di sé (Stone G.P., 1970). Tale processo permette di distinguere tre fasi evolutive: quella precedente al gioco, quella del gioco egocentrico e quella del gioco sociale. L’uso di determinati capi permette all’individuo di fingersi ciò che non è. E’ il “gioco obbligatorio” al quale nessuno può sottrarsi, anche se ciò contrasta con le regole arbitrarie del gioco stesso (Volli U., 1988). La moda indirizza verso l’imitazione senza, però, perdere la sua dimensione ludica. Col passare del tempo, le differenti correnti di pensiero, prima ben definite, si sono frammentate e confuse tra loro, scatenando una “guerriglia”, la cui sola consapevolezza è il sapere che si gioca.
La pluralizzazione dei modi di vita ha determinato nell’individuo uno stravolgimento nel rapporto tra l’io e il mondo al punto che l’identità dei soggetti si disperde e diventa nomade. Le dimensioni dell’io non rappresentano più un dato certo, sono un’incognita in cui la metamorfosi appare l’unica risposta a un mondo che chiede di moltiplicare i volti, i linguaggi e le relazioni (Melucci in Bovone L., 1997). Il dualismo, prodotto nelle culture contemporanee, oscilla tra bisogni identitari e, contemporaneamente, fuga dalla stessa identità; si concretizza, in tale situazione, il nomadismo dell’essere in una dimensione caratterizzata da luoghi e non luoghi, in un attraversamento continuo fra mondo reale e mondo virtuale (Augé O., 1997). Non è un caso che, nel suo significato classico, la parola “persona” indicasse la “maschera” (Goffmann E., 1982); tale accezione, permette una maggiore comprensione del perché gli individui, quotidianamente, interpretino al meglio il ruolo che più li avvicina all’opinione che ci si è fatti di sé stessi. Tale ricerca, però, appare infinita poiché, ogni individuo oltre alle rappresentazioni interne che lo caratterizzano deve tenere in considerazione il mondo esterno, i gruppi sociali e ciò che consegue da questo rapporto. L’identità, segmentata tra i differenti codici, soprattutto dopo la nascita di Internet, può indossare qualsiasi maschera desideri senza perdere la possibilità di costruire relazioni significative; tale possibilità, infatti, non caratterizza una sovrapposizione artefatta, ma un prodotto a sé: una delle componenti del romanzo di formazione. Si può riscontrare, in questo modo, un innesto tra le percezioni soggettivamente elaborate, cioè le immagini rappresentate, e quelle reinterpretate dalla società con la quale l’individuo interagisce. Possiamo quindi, azzardare l’ipotesi che l’individuo scambia “pezzi” della propria identità per la credibilità e l’accettazione della comunità alla quale fa riferimento, identificandosi in sfere emotive e cognitive il cui viaggio è visto come uno spazio liscio dove tutto è un divenire difficile ed incerto[2]

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