Lo Sguardo su Se Stessi


Lo sguardo su sé stessi in quanto creature porta innanzitutto a riconoscere che la propria esistenza e tutto ciò che si è viene unicamente da Dio e che quindi l’uomo non ha in sé la causa o ragione del proprio essere. Questa considerazione in Caterina non ha un carattere meramente filosofico bensì teologico e attinge al messaggio biblico sulla creazione dell’uomo dal nulla[1]. La conoscenza di sé stessi, invece, alla luce della divina Rivelazione, non ha soltanto una dimensione negativa, legata alla constatazione dei danni del peccato, ma anche una positiva nella contemplazione della nuova creatura, con dignità amicale e filiale, frutto della grazia della redenzione. Caterina ha una chiara visione di questa nuova creatura inserita nel circolo dell’amore trinitario di Dio in quanto essa è il punto di arrivo del cammino spirituale del credente e della storia tutta. L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, bellezza eterna, per essere santo, è chiamato fin da ora a manifestare questo amore e questa bellezza attraverso tutta la sua esistenza rendendogli continuamente la lode che gli è dovuta[2].
La conoscenza di sé stessi, per la senese è sempre indissolubilmente congiunta con la conoscenza di Dio in quanto la prima senza la seconda potrebbe portare ad un pessimismo letale sulla propria condizione e sulla possibilità di un riscatto – Caterina giunge ad usare il termine “disperazione” come del punto di arrivo di questa analisi sulla dipendenza totale del proprio essere da Dio e del proprio peccato come negazione di questo essere – ma anche la seconda separata dalla prima porterebbe ad una considerazione sbagliata, non fondata nella verità, di sé stessi e quindi alla superbia, all’amor proprio e ad una falsa idea di libertà. In questo cammino di conoscenza non è dunque possibile perdere di vista la prospettiva della fede che introduce la verità di Dio nella mente umana in modo che ogni considerazione sulla condizione umana tenga sempre presente innanzitutto la qualità creaturale dell’uomo e inoltre il piano salvifico di Dio che origina dal suo ineffabile amore per la creatura umana. E’ questo che vuol dire il santo Dottore di Siena quando invita a non disgiungere – usa il termine condire – mai la conoscenza di sé da quella di Dio e viceversa affinché procedano sempre parallelamente[3]. Con altre parole e altre immagini ella ribadirà lo stesso concetto parlando delle due celle del conoscimento di sé e di Dio che a mò di scatole cinesi devono restare una dentro l’altra[4].
Il conoscimento di Dio e del suo amore infinito per l’uomo conduce invece ad una vita segnata da una carità profonda e ardente per Dio e il prossimo. Questa carità è come alimentata e generata continuamente da questa conoscenza di sé stessi dove c’è il contatto vivo con l’amore di Dio. Nella misura in cui l’anima progredisce nell’intimità con Cristo anche per mezzo della meditazione della parola di Dio e della comunione eucaristica conosce sempre meglio la verità su sé stessa anche come essere responsabile di infedeltà e ingratitudine. Ciò d’altra parte deve generare umiltà e una più grande fiducia in Dio fino a scoprirlo in sé come sorgente di vita nuova soprattutto dopo l’esperienza desolante e annichilente del peccato.
La santa di Siena descrive accuratamente, con il suo consueto ottimismo cristiano, tutti i risultati positivi delle battaglie il più importante dei quali è l’esperienza della volontà di fare il bene che è donata direttamente da Dio e da lui custodita gelosamente nell’uomo finché egli non decide liberamente di privarsene[5]. A questa volontà buona l’uomo può fare ricorso in ogni momento uscendo così dal vicolo cieco del peccato. Nel segreto della sua interiorità l’uomo scopre non solo a livello cognitivo ma esistenziale di essere partecipe della volontà di Dio che vuole, quindi, causa in continuazione la sua santificazione. Questa idea, di straordinaria importanza è incessantemente riproposta nelle lettere come motivo di consolazione e di speranza anche nelle situazioni più complesse per aiutare l’uomo a non lasciarsi travolgere dagli avvenimenti leggendo tutto nella provvidenza di Dio e nel suo grandissimo amore[6]. Inoltre dice Caterina «ciò che Dio dà o permette all’uomo lo fa per la sua salvezza e per farlo progredire nel cammino della perfezione»[7].

[1] Cfr. Gn 2,7. Non mancano gli studi sulla metafisica di Esodo 3,14 nell’opera cateriniana; cfr. A. E. JUSTO, Morada interior y conocimiento de si segun S. Catalina de Siena, pars dissertationis ad lauream in Facultate S. Theologiae apud Pontificiam Universitatem S. Thomae de Urbe, Romae 1985, pp. 122-135.
[2] Cfr. L 102
[3] Cfr. L 51. Anche questa è dottrina di S. Bernardo che verrà ripresa quasi alla lettera anche da S. Teresa d’Avila.
[4] Cfr. L 49.
[5] Cfr. Ibid.
[6] Cfr. L 241.
[7] Cfr. Rm 8, 28.

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