La Conoscenza di Sé


La conoscenza di sé è anche la cinta di difesa del giardino dell’anima perché non diventi preda dei suoi nemici spirituali. Per rafforzare questa idea e svilupparla, la vergine senese usa anche l’altra immagine molto significativa della città dell’anima con all’interno questa fortezza che non è altro che il conoscimento di sé. Di guardia alla fortezza c’è la coscienza che fa opera di discernimento tra le immaginazioni perverse del cuore, che sono i nemici, e i buoni propositi da tradurre in opere, che sono gli amici. La coscienza, immaginata come un cane da guardia che abbaia per attirare l’attenzione, tiene sveglia la capacità dell’uomo di comprendere la verità illuminando l’intelletto affinché non venga tratto in inganno dai diversi messaggi che riceve. La coscienza ha anche la funzione di stimolare la volontà a tradurre in azioni concrete le considerazioni che le vengono dall’intelletto. Da un’altra prospettiva la senese vede la città dell’anima circondata da mura con tre porte comunicanti che corrispondono alle tre facoltà la più importante delle quali è la volontà. In questo modo ella vuole ribadire quanto sia importante e inviolabile la volontà dell’uomo se il libero arbitrio dell’uomo non dà il proprio assenso. Bella la conclusione: «Non aprendosi questa porta, cioè di consentire a quello che la memoria e l’intelletto e l’altre porte sentono, è franca in perpetuo la nostra città».
Alla conoscenza di sé si perviene dimorando costantemente nella cella-casa-fortezza di detta conoscenza. Caterina ripete continuamente che non bisogna mai uscire da questo sguardo rivolto a sé stessi per nessun motivo od occupazione. E’ nell’abituale dimora in questo ambito interiore che è possibile scoprire, “conoscere” la bontà di Dio cioè scoprirsi in una luce nuova e assolutamente positiva come frutto dell’amore di Dio che si dona senza sosta. Quando Dio Padre, nel Dialogo, invita Caterina a contemplare il Verbo che nasce in una stalla mentre Maria è in viaggio, vuole sollecitarla a riflettere sulla necessità che i viandanti di questa vita terrena, uomini e donne, devono rinascere continuamente nella stalla del conoscimento di sé stessi per trovare Dio, nato per grazia, dentro la propria anima. E’ chiara l’allusione alle virtù della perseveranza, della povertà, dell’umiltà e del distacco come condizioni del conoscimento. Dalla conoscenza di Dio, secondo i principi della teologia scolastica, sgorga l’amore e quindi la preghiera poiché l’anima della preghiera è l’amore che ci porta inevitabilmente ad identificarci con questa verità che è lo stesso Cristo Signore.
Autoconoscimento è dunque nello stesso tempo difesa e attacco con strumenti idonei e con tecniche efficaci. E’ solitudine, silenzio interiore ed esteriore, lavoro di pulizia mentale dalle fantasie o ragionamenti disordinati, rifiuto di ogni atteggiamento superbo e prevaricatore, astensione da ogni rapporto interpersonale non fondato sull’amore gratuito e sull’essenziale, è povertà volontaria e quindi distacco esteriore ed interiore dalle cose materiali è inoltre forte attaccamento alle virtù della fede, della speranza e unione intima con Gesù crocifisso sempre presente nell’anima.
Con Caterina, dottore della Chiesa, si deve riaffermare la necessità del confronto con la Verità rivelata in quello spazio interiore che è la cella del conoscimento di sé. Se il messaggio evangelico è per lei racchiuso nel simbolo del sangue dell’agnello immolato con cui bisogna costantemente riempire il “vasello” della nostra anima, quello della Chiesa è racchiuso nell’insegnamento “dei santi dottori, i quali col lume soprannaturale, come ebbri, parlavano della larghezza della bontà di Dio, e della viltà loro”. Con i santi Padri, ci viene detto dalla santa, occorre «stare in compagnia» per «riempirsene la mente». La cella è il luogo dello studio assiduo, del confronto con l’esperienza dei maestri spirituali onde colmare la mente di pensieri santi e restare in quel clima soprannaturale nel quale solo è possibile ogni perseveranza nel cammino della santificazione.
E’ l’intelletto, dunque, illuminato dalla virtù della fede, che conoscendo nel Verbo presente nei santi Dottori la verità sull’uomo, permette all’anima di fare discernimento e scoprire tutte le macchinazioni diaboliche a proprio danno. Così l’anima sarà pronta a difendersi dagli attacchi perversi per mezzo di una ferrea disciplina e ascesi personale con lo scudo della fede, la certezza della speranza, la tenacia della perseveranza, l’odio per gli attaccamenti disordinati, la penitenza corporale e in ultima analisi, con l’amore deciso per le virtù.
Il rientrare in sé stessi per la meditazione rappresenta dunque il passaggio d’obbligo del confronto con la parola di Dio dove si scopre, nel sangue di Gesù, il Dio salvatore ricco di amore e di misericordia sempre pronto a soccorrere i suoi figli nei momenti critici. Da ciò la decisione conseguente di abbandonare l’amor proprio e i suoi satelliti per scegliere senza indugi “la dolce volontà di Dio” nella sequela del crocifisso. Proprio perché questa pratica è tanto importante ai fini di una vittoria, il maligno farà di tutto perché si abbandonino «e pratiche spirituali e l’umile orazione che è l’arma con la quale ci difendiamo, o anche il vincolo che lega la volontà dell’uomo a quella di Dio facendo crescere in essa la fortezza con la carità, per mezzo della quale ci opponiamo ai colpi del maligno». L’orazione continua nasce dal conoscimento di sé e deve essere come le braccia di Mosè sul monte della carità di Dio sostenute, da un lato, dal distacco da sé stessi con il santo timor di Dio e dall’altro dall’amore di Dio con la vera umiltà come nutrice. Quando i nemici si accorgono che l’orazione è cessata entrano nella città dell’anima ed occupano i suoi sobborghi e la roccaforte che è la volontà. Solo la perseveranza nell’orazione permette all’affetto delle virtù che sgorga dalla contemplazione del Verbo, di sconfiggere l’amor proprio e con lui ogni altro nemico e imperfezione radicata nell’anima.
La sconfitta vera e propria dei vari nemici dell’anima avviene all’interno della casa del conoscimento di sé ad opera della volontà e del libero arbitrio infiammati dal fuoco della carità che «arde e consuma tutto quello che, nella casa fosse contrario alla verità» e cioè l’egoismo con i suoi appetiti disordinati. Quando il fedele ha in mano l’arma dell’amore non deve più aver paura di niente ma come cavaliere valoroso nel campo di battaglia dovrà combattere con questa contro il demonio. Per non perdere questa arma di difesa è conveniente nasconderla nella casa dell’anima nel vero conoscimento di sé. Qui in effetti, l’anima ha imparato, tra l’altro, che da sola non poteva far nulla, e ha riconosciuto che ogni possibilità di vittoria le viene da Dio. «Evaporato l’amor proprio nella fornace della carità verso Dio e il prossimo» l’anima si sente finalmente libera, ricca più che mai di fiducia in Dio e disponibile a lasciarsi guidare in ogni momento dalla volontà di Dio. A questo punto la casa dell’anima, vinto l’egocentrismo sensitivo è piena di virtù e come abbellita e ornata da esse .


Cfr. L 2.

L 319.

I termini cella e città del conoscimento sono usati con significato analogo e si riferiscono frequentemente all’ambito o spazio interiore della conoscenza.

Cfr. D 151.

Cfr. D 1.

Il tema della povertà per Caterina è strettamente connesso con quello del raccoglimento e ne è una delle condizioni imprescindibili. Considerando che queste parole sono rivolte ad una laica dell’aristocrazia se ne capisce il valore.

L 154; 37.

Cfr. Ibid.

Cfr. L 169.

Cfr. L 315.

L 154.

Cfr. L 28.

Ibid.

Cfr. Ibid.
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