Come Nascono gli Stereotipi: i Processi Cognitivi


Gli stereotipi nascono dal processo di categorizzazione (Tajifel 1969), ovvero dalle modalità che gli individui adottano per ordinare e semplificare la realtà, raggruppando persone, oggetti ed eventi in categorie, in base alla loro somiglianza rispetto alle loro azioni, intenzioni e atteggiamenti. Gli stereotipi sociali rappresentano l’immagine semplificata di una certa categoria sociale e ne definiscono tutte quelle caratteristiche distintive e tutti quegli attributi specifici che vengono assegnati , in automatico, ad un certo soggetto dal momento in cui viene riconosciuto essere appartenente ad un gruppo piuttosto che ad un altro.
Questo tipo di meccanismo cognitivo permette agli individui di produrre semplicità e ordine a fronte di un mondo fatto di differenze e di relazioni sociali complesse. La riduzione delle informazioni provenienti dall’ambiente circostante, però, inevitabilmente produce la perdita di quei dettagli e la ricchezza di quelle sfumature che, tante volte, sono quelle capaci di fare la differenza nella valutazione delle cose.
Il processo di categorizzazione si realizza, quindi, tramite la riduzione delle differenze interne degli oggetti, o dei soggetti, che appartengono allo stesso gruppo e attraverso il contemporaneo aumento delle differenze tra gli oggetti (soggetti) appartenenti a insiemi diversi. Nell’ottica dicotomica ingroup-outgroup, questo processo si riflette in un acceso favoritismo dei soggetti verso il proprio gruppo d’appartenenza e in un atteggiamento preconcetto nei confronti degli altri, che può degenerare anche in aperta discriminazione.
Grazie al processo di categorizzazione gli individui riescono ad attribuire un certo numero di caratteristiche, anche di tipo psicologico o attinenti a qualità morali e a giudizi di valore, a determinati gruppi sociali, estendendole, indifferenziatamente, a tutti i loro membri: appartenere ad un certa categoria, quindi, significa possedere particolari requisiti e particolari predisposizioni. Ecco che lo stereotipo può essere inteso come una rete di attribuzioni collegate, per cui possiamo avere costrutti che si riferiscono a tratti specifici (come ad esempio la caratteristica della categoria “donne”, di essere ben disposta nei confronti dei bambini), credenze (gli ebrei sono avari), comportamenti (i siciliani sono gelosi), fino ad arrivare a vere e proprie connessioni causali (gli zingari rubano perché non hanno voglia di lavorare) (Villani 2005).

Attivazione, utilizzo e modificazione degli stereotipi.

Per quanto detto fino ad adesso, lo stereotipo è un elemento connaturato alla vita cognitiva degli individui e il suo uso è loro indispensabile per la semplificazione del panorama sociale e contestuale, che fa da teatro alle loro azioni e alle loro relazioni. Il processo di stereotipizzazione, quindi, viene messo in atto da un individuo nel momento in cui entra in contatto con una realtà specifica o con un particolare soggetto, facilmente identificabile come membro di un outgroup separato dal proprio. Lo stereotipo funge come una guida nella formazione delle azioni, dei pensieri o dei giudizi di valore del soggetto in risposta alla presenza dell’altro.
Le fondamentali funzioni che la psicologia sociale ha attribuito agli stereotipi, infatti, riguardano: prima di tutto la loro finalità ordinativa e conoscitiva, per cui la conoscenza viene ottenuta tramite la semplificazione delle informazioni provenienti dall’ambiente e poi, nella dialettica tra ingroup e outgroup, permettono sia di proteggere i valori sociali appartenenti ad un determinato gruppo trasmettendo nel tempo le più importanti credenze condivise, sia di creare una differenziazione positiva tra Noi e Loro da cui deriva la capacità di indirizzare in maniera favorevole il giudizio verso ogni azione collettiva del proprio gruppo d’appartenenza.
Il normale utilizzo degli stereotipi, oltre che fare da guida agli individui nel loro interagire quotidiano, può produrre anche degli effetti sul cosiddetto individuo bersaglio, in una meccanica molto simile, se non addirittura identica, a quella che già è stata descritta nello svolgimento dei processi di etichettamento A questo proposito, la Villani, fa riferimento alle profezie che si autoadempiono, indicando come il sistema di aspettative e credenze possa favorire la conferma comportamentale dei soggetti. Il contenuto di ipotesi comportamentali previsto dagli stereotipi, si riflette direttamente anche sull’individuo bersaglio che è indotto a certi tipi di comportamento, che prima confermano e poi rafforzano lo stereotipo stesso: le attese del soggetto percepiente influenzano la risposta dell’individuo bersaglio, generando la diffusa sensazione, da entrambe le parti, del “è proprio così che doveva andare”.
A volte, però, può capitare che fra i tratti distintivi di un soggetto o di una situazione percepiti da un individuo, e i relativi contenuti cognitivi dello stereotipo, manchi una certa corrispondenza logica. Non c’è alcuna corrispondenza, ad esempio, tra il portare una divisa e l’avere un carattere o uno stile autoritario, in questo caso si attuano i meccanismi della correlazione illusoria. La correlazione illusoria rappresenta un’associazione inesistente ma necessaria tra due caratteristiche: nell’esempio precedente erano il portare una divisa e l’essere una persona autoritaria, in modo da riuscire a creare comunque una relazione fra l’appartenenza ad una certa categoria sociale e il possedere certe caratteristiche psichiche o fisiche, a conferma dello stereotipo iniziale. Nel caso, quindi, di questo particolare tipo di correlazioni, il soggetto percepiente si autoindirizzerà, in maniera quasi inconsapevole, a leggere tutte le caratteristiche dell’altro nel senso previsto dallo stereotipo, alla ricerca della sua conferma a prescindere da quali siano le reali informazioni emerse dall’interazione (Villani 2005).
Un ultima dimensione del fenomeno da considerare è quella relativa alle dinamiche affettive che influiscono sulla sua attivazione. Gli stati d’animo del soggetto percepiente, infatti, sembrano giocare un ruolo molto importante nell’ indirizzare l’accesso alla memoria degli stereotipi, indirizzando la scelta verso quelli negativi in corrispondenza di uno stato d’animo ansioso, pauroso o ostile, e verso quelli positivi, in corrispondenza di una situazione interiore serena e tranquilla.
Per le molteplici funzioni di importanza fondamentale relative alla vita relazionale e cognitiva degli individui, gli stereotipi, sono contraddistinti da una certa rigidità e refrattarietà al cambiamento: vengono infatti protetti da tutta una serie di processi cognitivi, linguistici e comportamentali, per assicurare la continuità delle norme sociali condivise,.
In un iniziale contatto di tipo superficiale, per non minare la stabilità delle credenze stereotipiche, nel caso in cui la realtà fornisca delle informazioni discordanti in merito, gli individui tenderanno a leggere queste caratteristiche “eversive” in maniera congruente con il contenuto dello stereotipo. Altrimenti, affinché si possa realizzare una sorta di “revisione” alle proprie credenze o alle proprie convinzioni, è necessario un contatto più approfondito con l’oggetto o il soggetto in questione. La rimessa in discussione di uno stereotipo, infatti, presuppone un certo lavoro cognitivo individuale che vagli e analizzi tutte le informazioni difformi, a favore di una nuova interpretazione di una data situazione o di un membro di una certa categoria sociale. Purtroppo, gli individui non sono sempre disposti a fare questa ulteriore fatica di comprensione di ciò che li circonda…
La letteratura specifica identifica tre modelli attraverso i quali lo stereotipo può divenire suscettibile a variazioni: il primo è un procedimento graduale che si realizza attraverso l’accumulazione nel tempo di informazioni che lo contraddicono (modello contabile), il secondo, avviene in maniera immediata attraverso il brusco e incisivo impatto con forti elementi di discordanza (modello di conversione), l’ultimo, forse il più ricorrente, avviene attraverso la creazione di sottocategorie nelle quali sono raccolte le “eccezioni” rispetto allo stereotipo che, quindi, continua a conservare la propria validità (modello della sottotipizzazione).


Cfr. Tajifel 1969, pp 79-97.

Le cosiddette somiglianze e differenze intercategoriali variano in modo reciproco.

Cfr. Villani 2005, pag. 27.

Cfr.Villani 2005, pp 31-32.

Il linguaggio rappresenta uno dei principali modi attraverso i quali sia gli stereotipi che i pregiudizi vengono perpetuati. Il discorso, scritto parlato o, come si vedrà in seguito, quello delle immagini, non è solo un mezzo attraverso il quale gli individui rappresentano la realtà, ma un vero e proprio evento costruttivo alla base di conoscenze e azioni sociali concrete (Villani 2005).
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