Il Processo di Socializzazione

L’uomo non è sufficiente a se stesso; da solo non può vivere, non può fisicamente e psicologicamente svilupparsi, non può perfezionarsi. Essendo per costituzione un essere sociale deve vivere in una società dove si manifesta nella sua intima essenza, si svolge, si sviluppa, si esprime per mezzo del linguaggio. Fuori di essa l’uomo non avrebbe coscienza, né ragione, né immaginazione, né moralità, né sentimenti, né la consapevolezza di vivere. La socializzazione è l’espressione della vera natura dell’uomo che è tale solo in quanto si trova insieme ad alti esseri, agisce nei confronti dei suoi simili e ne riceve le azioni, è in continua interazione con gli altri e con l’ambiente circostante.Da ciò deriva il motivo per cui il processo di socializzazione investe ogni aspetto della vita, del lavoro, dello svago, degli affetti, ogni aspetto, cioè, in cui il protagonista è l’uomo con le sue qualità, i suoi attributi, le sue caratteristiche. La società, quale istituto indispensabile per la vita e lo sviluppo integrale dell’uomo deve e dedicare la massima cura all’educazione sociale intesa, questa, sia come formazione della coscienza dell’individuo in vista dell’ordine costituito, sia come aspirazione a potenziare nell’uomo le sue capacità, la sua intelligenza, le sue forze emotive. Da queste considerazioni balza evidente la necessità che la società progetti e realizzi per le nuove generazioni piani di educazione capaci di consolidare la propria compagine, di aiutare i giovani a formarsi una coscienza civica e sociale e di comportarsi in ogni manifestazione della vita secondo i migliori principi di socialità. Nella nostra esperienza di società noi abitiamo contemporaneamente in mondi diversi: prima di tutto noi abitiamo fondamentalmente e con continuità nel microcosmo della nostra immediata esperienza con gli altri, fatta di rapporti personali. Oltre a ciò, noi abitiamo in modo più o meno significativo e continuativo in un macrocosmo consistente di strutture più vaste e che ci coinvolge in relazioni con altri quasi tutte astratte, anonime e remote. Entrambi questi modi sono essenziali per la nostra esperienza di società (eccezione fatta per la prima infanzia, quando il microcosmo è tutto ciò che conosciamo), in quanto ogni mondo dipende per ciò che significa per noi. Il microcosmo, con tutto ciò che accade in esso, ha un senso per noi solamente se viene compreso nel macrocosmo che lo avvolge; viceversa, il macrocosmo ha una scarsa realtà per noi a meno che non sia ripetutamente rappresentano negli incontri personali del microcosmo. Nella nostra esperienza, quindi, il microcosmo e il macrocosmo si compenetrano a vicenda senza soluzione di continuità. Il sociologo, qualora si assuma il compito di comprendere questa esperienza, deve costantemente essere cosciente della duplice manifestazione del fenomeno noto come società: di quella microscopica, così come di quella macroscopica. Nei processi di socializzazione grande importanza spetta alla scuola con le sue leggi, le sue impostazioni, i suoi spazi, le sue strutture.Quando si trattano di temi relativi ai fenomeni educativi, oggi non si usa più il termine “pedagogia” bensì quello di “scienze dell’educazione”. Infatti il termine “pedagogia” è tropo ristretto per l’epoca in cui viviamo, caratterizzata da profondi mutamenti socio-culturali: in quanto,ad esempio,nel suddetto termine si dovrebbero racchiudere “l’educazione nell’antica Grecia e il rapporto tra riforme scolastiche e programmazione economica,ecc…”L’educazione è oggi sempre più una variabile sociale, assai complessa, composta di fattori e ruoli mutevoli che incidono sulla dimensione individuale, su quella della collettività, sulle scelte politiche, sulla visione nel mondo, sulla cultura dei diversi individui. Essa va ad interessare la psicologia generale, la psicologia sociale, la sociologia, le scienze politiche e la programmazione sociale,la sociologia, le scienze politiche e la programmazione sociale, la moderna ricerca filosofica e l’antropologia culturale. I problemi educativi delle nuove generazioni devono essere affrontati e rivisti unendo i contributi di settori diversi ma convergenti: appunto quelli delle”scienze dell’educazione”, il cui oggetto comune è “l’educazione”, cioè il processo formativo degli esseri umani mediato dalle influenze ambientali di carattere fisico, ma soprattutto psicologico,morale e ideologico. La pedagogia ha sempre vissuto in uno stato di indipendenza da altri campi: ha a lungo portato un cordone ombelicale che la collegava alla morale e ad altri campi della filosofia e della religione; per molti secoli i problemi dell’educazione furono trattati semplicemente come una parte della riflessione e della normativa teologica e filosofica. Questa situazione cominciò ad entrare in crisi ai primi dell’800; più tardi il discorso pedagogico prese altre vie, riannodando in forma più stretta e stabile i rapporti con la psicologia, con la sociologia, con l’antropologia, con la statistica, con la metodologia delle scienze sociali ecc…Più recentemente si sono aperte le relazioni con la linguistica, la cibernetica, la ricerca economica, la biologia. Tornando indietro nel tempo, già il Dewey nella sua opera “Fonti di una scienza dell’educazione” sosteneva che, con il termine “scienze dell’educazione” non si devono intendere le “scienze esatte” o “conoscenze assolute” ma “scienze” in senso più ampio, intese come campo di studio, osservazione o sperimentazione (come le scienze economiche e politiche ecc…), che hanno in comune l’oggetto (i problemi educativi) ma che si articolano, con caratteristiche, destinazioni e metodi più o meno indipendenti l’uno dall’altro.

Società del cambiamento

La “trasformazione” dell’uomo, nuovo modello educativo?Un nuovo modello educativo suppone un nuovo modello di umanità cui tale modello corrisponda e da cui sia fondato. Tale determinazione non può essere oggetto di una disciplina specifica, (nella fattispecie, la pedagogia),ma dipende invece da una scelta etico- sociale, risultato di una complessa mediazione fra aspirazioni e motivazioni, individuali e di gruppo, di una data società storicamente fondata. Un nuovo modello educativo, in quanto basato su un nuovo concetto di umanità, ripone la propria validità su un consenso maturato mediante processi di persuasione, nell’ambito di specifici settori socio-culturali (economico – politico – religioso – estetico) in reciproco rapporto dialettico.L’esperienza del mutamento sociale è proprio il nucleo della disciplina sociologica: infatti, la sociologia si è sviluppata come reazione intellettuale a una serie di profondi mutamenti sociali.In Europa essa fu una reazione agli sconvolgimenti provocati dalla rivoluzione francese e alle sue conseguenze, che si fecero sentire per lungo tempo; in America, essa fu una reazione alle grandi e rapide trasformazioni della società che fecero seguito alla guerra civile e alla rivoluzione industriale. In entrambi i casi la sociologia è stata qualcosa di più che non un semplice tentativo di capire questi cambiamenti. Il desiderio di capire nascondeva anche l’esigenza, profondamente sentita, di contenere i cambiamenti entro certi limiti che si credevano ragionevoli o di assumerne la direzione allo scopo di incanalarli in una direzione voluta. Il primo tipo di motivazione è caratteristico dei sociologi che hanno delle tendenze conservatrici, mentre il secondo è più sentito dai sociologi con un orientamento che si può dire progressista o radicale.A seconda di come concepivano la natura della propria disciplina, i sociologi hanno collegato il problema politico a quello intellettuale in maniera diversa: per esempio, secondo Max Weber, che credeva fermamente che la comprensione sociologica dovesse essere distinta dai giudizi di valore, il rapporto tra questi due problemi era sol di tipo indiretto; mentre per i marxisti, che credevano nell’unità tra teoria e prassi, il rapporto era assai stretto.C’è uno scopo nel mutamento?Nel primo periodo dello sviluppo della sociologia sono stati fatti dei tentativi per edificare delle teorie onnicomprensive che non solo potessero spiegare il cambiamento che si stava verificando, ma che fossero anche in grado di prevedere quale direzione avrebbe preso in futuro tale mutamento.L’opera di Auguste Comte, fondatore della sociologia, è un esempio tipico di questo genere di approccio. Comte, per quanto avesse delle tendenze conservatrici e antirivulozionarie, tuttavia era profondamente imbevuto di quel concetto di progresso che era stato il principale frutto dell’Illuminismo settecentesco. A causa di leggi storiche che si ritenevano inevitabili, la società si muoveva attraverso fasi chiaramente distinguibili. Il concetto centrale di Comte a questo proposito è formulato nella legge dei tre stadi.Dopo i primi due stadi in cui il pensiero umano è stato dominato prima dalla mitologia e poi da idee teologiche e filosofiche, l’uomo è ancora in procinto di entrare nel terzo stadio, che Comte definì lo stadio <>.La teoria evoluzionista e il marxismo costituirono altri due tentativi di formulare delle categorie generali che facessero comprendere tutti i processi del mutamento sociale, tanto quelli futuri.Nella fase iniziale della storia della sociologia il maggior rappresentante del primo approccio è stato Herbert Spencer. Egli applica direttamente alla società e ai suoi cambiamenti i concetti elaborati da Darwin sulla dinamica evolutiva.Il fine dell’evoluzione, biologica o sociale che sia, sta nella <>. Per quanto riguarda Marx, tutto il mutamento sociale viene spiegato nei termini delle costellazioni della lotta di classe. Vi sono analogie tra l’interpretazione data da Spencer al mutamento sociale e quella data da Marx: in entrambi i casi è messo in risalto il conflitto, la lotta. Le due teorie appaiono inquietanti se paragonate alle interpretazioni più benevole che derivano dall’idea di progresso quale è stata formulata dall’Illuminismo. L’educazione al cambiamento.

Se è vero che tra SCUOLA e SOCIETA’ esiste un rapporto di profonda interazione, è di conseguenza anche più vero che le due realtà presentano una serie di problematiche comuni. Volendo condurre una corretta analisi dei problemi, della scuola di oggi, non possiamo quindi fare a meno di considerare come punto di riferimento il quadro dinamico del mondo contemporaneo, quello che fa da scenario alla SOCIETA’ DEL CAMBIAMENTO.Il sociologo W.E.Moore in uno studio del 1971, IL MUTAMENTO SOCIALE, prendendo in considerazione la situazione contemporanea, aveva affermato che “ad una sommaria valutazione, il mondo contemporaneo pare mutare sempre più rapidamente di quanto non sia avvenuto in ogni altro periodo della storia umana “.Possiamo certamente condividere tale affermazione: l’elemento che caratterizza la nostra società è appunto il mutamento, che influenza ogni fatto umano, provocando revisione di valori, comportamenti codici e prospettive e conducendo l’uomo verso una profonda crisi di identità.Ci troviamo, in definitiva, a vivere in un periodo di profonda transizione, nel quale tutti i modelli paiono invecchiare molto più precocemente che nel passato: dalle idee alle decisioni dalla disponibilità dei beni, dal piano del pensiero a quello della vita. E’ questo mutamento non riguarda solo aspetti marginali della vita dell’uomo, in quanto è presente anche nei fenomeni più profondi dell’animo umano, quali le scelte dei valori, dei principi, delle finalità dell’esistenza.L’uomo vive in questo senso di provvisorietà che, se da un lato risulta per lui frustrante, dall’altro lo stimola a ricercare sempre nuovi e meno precari equilibri, che gli permettono di gestire il mutamento.Il libro di Lukmann e Schorr dà un contributo teorico rilevante alla riflessione della strutturazione del sistema educativo. Il problema della normalità del sistema educativo può essere affrontata, sotto l’aspetto riflessivo, da tre diverse prospettive, che corrispondono alle tre dimensioni di senso del sistema.1) La prima dimensione riguarda l’aspetto funzionale, ovvero le teorie che si sono succedute storicamente nella riflessione sulla funzione del sistema verso l’acquisizione della sua autonomia. L’idea di formazione, per Lukmann e Schorr, è una delle formule di contingenza, formule educative, succeduta alla formula di perfezione, che ha permesso al sistema educativo di pensarsi come autonomo attraverso una dipendenza dalla sfera personale, seppure universalizzata. (Per formula di contingenza i due autori intendono la schematizzazione –nel senso Kantiano del termine- predominante in un determinato periodo storico dello sviluppo autonomo di un sistema sociale parziale, attraverso il quale il sistema, riflettendo su se stesso, cerca di pensare la molteplicità degli accadimenti dell’ambiente che gli è proprio). La formula di contingenza restringe la possibilità, ovvero seleziona fra gli accadimenti dell’ambito educativo quelli ritenuti necessari. Anche gli altri lo sono, per il solo fatto di essere avvenuti, ma non lo sono per l’identità del sistema.Attraverso la teoria il sistema giunge dunque ad un’identità .Ma la teoria non è il sistema nella sua realtà.Vi sono ambiti, autonomi e funzionali, che sono anche educativi: la famiglia, l’economia, l’ambito scientifico.Ogni formula di contingenza sviluppa un rapporto privilegiato con uno di questi ambiti di contingenza del sistema educativo. La formula della perfezione, tipica del filantropismo, sviluppa un rapporto privilegiato con l’ambito familiare. La formula della perfezione, tipica del filantropismo, sviluppa un rapporto privilegiato con l’ambito familiare. La formula della formazione è morale, non antropologica; e corrisponde alla scienza; con la capacità ad apprendere, il sistema orienta la sua riflessione di nuovo sulla possibilità di rapporto con il mondo del lavoro. TRE FORMULE DI CONTINGENZA1. Perfezione –ambito familiare2. Formazione –ambito scientifico3. Capacità ad apprendere –ambito economico<>. 2) La seconda dimensione del esistenza educativo riguarda la tecnologia. Per “tecnologia” Lukmann e Schorr intendono il livello operativo attraverso il quale può essere raggiunto uno scopo. Dunque è il complesso di norme secondo le quali, gli alunni apprendono ciò che viene loro insegnato.3) La terza dimensione è quella sociale, ovvero riguarda il rapporto che il sistema ha con gli altri sistemi sociali parziali. L’affermarsi della società differenziata in sotto sistemi sostituisce al punto di vista trascendente il simbolo della libertà per mantenere l’unità sociale. L’inclusione di tutti nei vari sistemi parziali della società deve essere garantita attraverso l’uguaglianza così come la disuguaglianza degli uguali. L’uguaglianza sociale dovrebbe far accettare ad ognuno la propria identità sociale nel rispetto della diversità. Sottrarre la diversità tra gli uomini, significa pensare un’uguaglianza astratta. Non è possibile cioè, non pensare che vi sia una molteplicità di cause che diversifichino gli individui: possono essere rimosse delle cause, ma non tutte le cause ( es. differenza dovuta al ceto di nascita). Il sistema educativo dovrebbe regolarsi secondo criteri di selezione; se la scuola non seleziona, allora rimanderà la selezione al di fuori del sistema, non fornendo alla società nessuna prestazione.Dall’analisi dell’evoluzione storico-sociale della scuola, sono il modello di Lukmann e Schorr, emergono quali ideali educativi: la perfezione umana, la formazione-prestazione, la capacità di apprendere.

L’ideale educativo della perfezione, durato fino al XVII secolo è ricerca della perfezione morale della natura umana; presupposto di tale modello è che ci sia una natura umana da realizzare che si alzi mediante l’elevazione, il trarre fuori (e-ducere).Nell’educazione come perfezione il rapporto maestro-scolaro è interpersonale, si richiama a valori assoluti (vero, buono, bello). C’è un rapporto di continuità tra religione, famiglia e maestro.Dal sec. XVIII alla prima metà del sec. XX si afferma l’ideale educativo della formazione per la prestazione, intesa come preparazione alle prestazioni che la divisione del lavoro esige. La funzione prevalente di questo modello formativo è di preparare il sistema professionale stratificato (capacità di formazione, prestazione): formazione elementare, professionale ,classica in vista delle professioni liberali. La scuola diventa un sotto-sistema specializzato della società.L’educazione come formazione-prestazione non presuppone una personalità già costituita nel bambino, ma tende a generarla socialmente, a plasmarla. La personalità emerge dal ruolo che l’educando è chiamato a ricoprire nella società, più precisamente nella divisione sociale del lavoro. La scuola funzionalmente tende a distaccarsi dalla famiglia.Il terzo modello educativo è incentrato sull’imparare ad apprendere. La funzione della scuola diventa quella di accrescere la riflessività, intesa come “forma mentis” capace di riflettere sulle azioni, nel senso di applicare le conseguenze di un atto a se stesso. L’educazione non mira a raggiungere qualcosa che abbia valore in sé, bensì una metodologia che sia sempre valida sempre: usare quel che si è appreso come fondamento per un ulteriore apprendimento. Tale modello è espressione di una società funzionalmente differenziata; la sua funzione è “servire delle funzioni”. In tal modo si apre un vuoto culturale: questa scuola non ha più cultura, ma solo comunicazione. Lukmann e Schorr sostengono che tale modello sia l’unico praticabile e vincente in una società complessa.

Formazione in dimensione Europea e interculturale

Nell’odierna società complessa dove avvengono mutamenti sociali e rapporti intergenerazionali e multiculturali l’educazione si trova ad affrontare problematiche nuove. Il compito della scuola è svolto alla formazione e all’educazione dell’uomo che deve orientarsi in un mondo variegato dove i punti di riferimento non sono più certi per cui vanno potenziate le capacità personali di scelta, di decisione. Il compito dell’educazione è quello di promuovere lo sviluppo dell’uomo nella realtà, nella quale storicamente vive: la scuola deve formare alcuni capaci di costruire un ambiente volto alla legalità; alla pace, in un contesto europeo. A questo proposito la educazione generale deve essere sostenuta da una decisa dimensione europea ed interculturale.La suola del terzo millennio deve educare soggetti che siano protagonisti del progresso in una logica educativa, che tenga conto dei problemi dell’umanità e del contesto planetario nel quale si svolge la vita moderna. Ormai si convive con persone di origini diverse e ciò implica argomentazioni di tipo economico, filosofico, politico, etico e sociale. Da parte di tutti sono state condotte ricerche sugli aspetti connessi con la convivenza tra culture, con i processi di immigrazione e di accoglienza. La dimensione europea dell’insegnante comprende aspetti cognitivi e componenti valoriali e coinvolge la sfera intellettuale, morale e sociale. Fino a qualche anno fa l’educazione interculturale interessava i pochi addetti ai lavori per cui si è affermata la pedagogia dello sviluppo per indicare un interesse all’istruzione di fanciulli appartenenti ad altre culture. La pedagogia degli stranieri era volta a facilitare l’inserimento degli immigrati. E’ da qualche anno che si avverte l’esigenza di un’educazione interculturale rivolta a tutti nella logica dell’accettazione, del rispetto e della conservazione delle diversità culturali. Dalla semplice assimilazione si è passati al riconoscimento degli immigrati del diritto di mantenere la propria identità. I rapporti fra gruppi etnici e culturali diversi possono connotarsi in forme di collaborazione o risolversi in momenti di scontro e di conflitto. L’attrito avviene nel momento in cui emergono situazioni di ingiustizia che cambiano gli equilibri esistenti, per cui si tentano soluzioni politico-economiche e socio-pedagogiche. L’apertura europea e interculturale vuole contrastare etnocentrismi nazionalismi in un’atmosfera attenta ai diritti di tutti anche delle minoranze. La dimensione europea non va confusa con la dimensione interculturale e interregionale perché essa poggia su presupposti geopolitici differenti. Come afferma giustamente, Perutti, è limitativo identificare la situazione di pluriculturità nelle nostre società con quella introdotta dalle migrazioni. Ormai flussi di popolazioni si muovono forse anche in vista del processo di globalizzazione dell’economia. Ormai la diversità è un dato di fatto e le società non sono mai omogenee e solo in casi eccezionali la convivenza fra culture diverse è avvenuta su un piano di parità. La tematica è ancora più complessa, in ragione della maggiore consapevolezza di identità acquisita dai capi regionali e dai gruppi culturali. Oggi si vive e si interagisce con persone di diversa origine perché molti lasciano la loro patria e si insediano in territori diversi entrando in contatto con culture compatte e unite dalla tradizione, accolti con sospetto e dai soggiorni temporanei si passa agli insediamenti stabili. Un tempo i contatti fra culture distanti erano ridotti, oggi con lo sviluppo della rete dei trasporti, la mondializzazione dell’economia, della politica, con l’infittirsi delle comunicazioni gli scambi si sono intensificati, per cui viviamo in un mondo caratterizzato dai contatti della planetarietà. I flussi migratori sono il frutto del profondo travaglio dell’umanità ed i movimenti di popoli sono elementi di trasformazione e di conflitti. Gli stranieri poveri che arrivano in Europa e in Occidente sono generalmente indesiderati. I fenomeni di nazionalismo e di regionalismo inducono alla xenofobia e al razzismo, che sono alimentati da sensi di ansia, di paura e di odio verso lo straniero. E’ necessario migliorare le condizioni di vita di coloro che migrano perché l’isolamento e la discriminazione degli stranieri sono proibiti dalle Costituzioni democratiche degli Stati Europei. I nuovi venuti spesso ancora vivono a distanza rispetto ai cittadini originali, di solito abitano in quartieri degradati; la situazione è diversa di fronte a immigrati benestanti ed istruiti che provengono dagli Stati Uniti e dal Giappone. I migranti si differenziano fra loro non solo per aree geografiche di provenienza, ma anche per stato giuridico, per connotazioni di personalità, per bagaglio culturale.

Identità e cultura

Per discutere dei rapporti interculturali è necessario avere chiara l’idea di identità e di cultura. L’identità culturale è in rapporto con l’identità personale. Allport considera l’identità un proprium dell’originalità della persona e la identità individuale subisce l’influsso dell’identità collettiva anche se conserva l’autonomia. L’identità sociale e la identità personale sono legate e se prevale l’identità sociale può esserci il pericolo di un adattamento eccessivo al gruppo sociale. L’identità nazionale si colloca accanto alla identificazione che ognuno vive con la famiglia e con il gruppo. In un’epoca di personalizzazione, di anonimità, di omologazione la conservazione della propria identità culturale è preziosa anche se non può essere disconosciuta l’identità locale in uno spirito di accettazione nei confronti degli altri e nel rispetto reciproco riguardo ad altre culture. I sentimenti nazionali ancora persistono e le identità e le culture nazionali sono da intendere come l’insieme di tutti i beni culturali che ciascuna nazione ha prodotto. Caratteristiche culturali: la razza, la religione, ma anche in relazione con le caratteristiche del singolo. I pregiudizi portano a far coincidere il mondo con le prefigurazioni di cui si è in possesso. Lo stereotipo è inevitabile dal momento che sul fondamento di stereotipi si giudica un individuo in rapporto all’idea che si ha del gruppo del quale egli fa parte. Il pregiudizio è un giudizio anticipatorio che prescinde dalla conoscenza e come ha affermato Adorno, il pregiudizio è più forte in soggetti con personalità insicura. Preconcetti e pregiudizi sono legati a fattori geopolitica, storico-culturali. La convivenza interculturale comporta una riorganizzazione della personalità e l’incontro con la realtà di altre culture permette e richiede un cambiamento di prospettiva.I termini multiculturale e interculturale vengono usati spesso. Il concetto di cultura comprende stili di vita, modi diversi di relazionarsi; una cultura è il complesso di usi, di comportamenti, di pensieri trasmesso da un gruppo alle generazioni successive; essa comprende tradizioni, costumi,abitudini, atteggiamenti. Per cultura si intende un sistema di orientamento universale. Le culture non sono statiche ma si modificano, si trasformano e fra le cause delle difficoltà di comprensione interculturale si trovano attribuzioni di maggior prestigio ad una determinata cultura rispetto alle altre. La cultura va intesa come un aspetto dello sviluppo delle vie creative e la convivenza fra gruppi porta al rifiuto o a processi di assimilazione e di assorbimento. L’educazione interculturale rientra nei compiti in dimensione europea per una migliore comprensione fra gli stati membri, fra le culture europee e quelle extracomunitarie.

Lo sviluppo formativo, deve volgere la sua attenzione all’interiorizzazione di forme comportamentali volte al processo di unificazione.


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