Il Processo Creativo

Era il 1950, quando Guilford, al congresso dell’American Psychological Association, iniziò il suo discorso d’apertura con un tema allora poco studiato: la creatività. L’impulso lanciato da Guilford verso lo studio di questo particolare aspetto della mente, ebbe vita breve, ma lasciò comunque un piccolo solco che Dio volle non sparisse del tutto. Arrivò la Seconda Guerra Mondiale e con essa i problemi di ordine sociale che inabissarono questo tipo di studi. Ma non appena la guerra terminò, la traccia lasciata da Guilford iniziò a creare, come sul vetro di un parabrezza, una lunga e sottile serie di diramazioni. Centinaia e centinaia di articoli e convegni si susseguirono nel tentativo di definire che cosa fosse la creatività, quali fossero le caratteristiche delle persone creative, il peso delle caratteristiche individuali, quanto essa fosse influenzata dall’ambiente circostante e in che misura l’essere creativi fosse una qualità innata. Nacquero innumerevoli test che hanno trovato applicazioni nella misurazione dei fattori connessi al pensiero divergente, considerati indici di potenzialità creativa.

Arriviamo ad oggi.
Sono trascorsi 57 anni da quel congresso. Sconcertante scoprire che non disponiamo ancora di una definizione univoca di creatività. C’è chi ha messo in discussione che essa esista in quanto entità. Definire la creatività significa definire, anche se pur metaforicamente, una sorta di meccanismo di funzionamento che si svolge all’interno di una complessa ed impenetrabile trama di cellule neurali. Il mio intento è stato quello di riprendere lo studio di Guilford e di cercare d’addivenire ad una definizione quanto più universale possibile del concetto di “creatività”.

Il  pensiero geniale
Come mai gli studiosi non hanno potuto ancora individuare una universale definizione di creatività?
Credo di sapere il perché.
Alla parola creatività sono state associati argomenti di così vasta complessità che servirebbero secoli per affrontarli tutti: intelligenza, intuizione, originalità, , inconscio, illuminazione, insight, pensiero divergente, convergente, laterale, associazione, personalità e molti altri ancora. Basti pensare che attorno alla parola “personalità del creativo” circolano immagini stereotipate del tipo: genialità, pazzia, schizofrenia, anticonformismo, autismo, sregolatezza, rifiuto della sessualità.
Gli studiosi hanno dunque studiato la creatività sotto svariati punti di vista, disperdendosi in un mare di disquisizioni, fino ad arrivare alle attuali ricerche in neuroscienze: materia che ancora cerca di scoprire, se mai esiste, l’area del cervello adibita alla creatività.
Pertanto la mancanza di una definizione univoca del processo creativo ha origine da alcuni preconcetti che impediscono agli studiosi di crearsi una più estesa “vision”.
Uno di questi è sicuramente il “campo” nel quale si ritiene che la creatività si manifesti. Non si parla altro che di creatività nell’ambito delle scienze, della letteratura, dell’arte, dello spettacolo o della tecnologia. Sicuramente sono i settori all’interno dei quali essa si manifesta più vivacemente con idee più o meno geniali. Ma non sono gli unici.
Chiunque di noi inventa ogni giorno la propria giornata e cerca soluzioni a problemi quotidiani. La creatività si esprime in tutti, anzi, in qualsiasi campo dell’attività umana e non solo in alcune branche del sapere. Esiste una creatività biomeccanica: quello del bravo calciatore che crea nuove abilità motorie; anche se non se ne è mai parlato o nessuno studioso ha mai ritenuto opportuno credere che in questo campo si potesse manifestare ciò che noi chiamiamo “creatività”. Esiste una creatività gustativa: la brava cuoca che sa inventare nuove combinazioni di forme e sapori. Esiste una creatività interpersonale come quella mostrata da una brava conduttrice televisiva che deve escogitare qualcosa per uscire da un’improvvisa empasse televisiva. E così via. Benché si associ alla creatività campi applicativi come quelli blasonati,dell’arte e delle scienze, in realtà tale entità si manifesta, in modo più o meno evidente, in qualunque campo della attività umana.
E questo è il 1° elemento.

Il telecomando
Quand’è che si può definire “creativa” una manifestazione della mente (o più precisamente, un’attività umana)? E’ opportuno notare che, ancora una volta, non esiste una reale definizione in tale senso. Se mostrassimo, contemporaneamente, ad un indigeno della savana e ad un camionista, la nostra invenzione – il telecomando per apricancelli – otterremmo due risposte completamente diverse. L’indigeno si stupirebbe dell’invenzione e per la sua cultura sarebbe portato a credere di avere a che fare con una sorta di stregoneria (invenzione altamente creativa). Il camionista ci guarderebbe con la tipica espressione di chi è indeciso se considerarci scemi o pirla (invenzione banale, senza alcun aspetto creativo). Pertanto la definizione quantitativa della creatività è molto legata alla conoscenza che ognuno di noi possiede nei confronti della potenziale “novità”.
Ma chi stabilisce che un’idea è realmente creativa/originale?
Ovviamente la società: tante opinioni quanti sono gli abitanti della terra. Ed è proprio per questa sua larga estensione, che si sono generate accese polemiche e confusione su come si possa definire la parola “creatività” e i suoi frutti: geniali; banali; inutili; stupidi.
In verità non esistono idee stupide nel mondo della creatività. Esistono solo creazioni cerebrali: espressioni della mente che diventano utili, o meno, quando vengono trasferiti all’insindacabile giudizio della società. Solo Lei, ne decreta il valore quantitativo e qualitativo. Lo può fare subito, oppure molto tempo dopo. Nel campo della pittura, abbiamo infiniti esempi d’artisti riscoperti dopo oltre 100 anni (Ligabue per esempio). Cos’è cambiato? Nulla! Il dipinto è rimasto lo stesso. È semplicemente cambiata l’opinione della società nei confronti dell’opera. Da questo potremmo dedurne che è impossibile definire, attraverso una scala di valori universali, un valore oggettivo e universale che diventi indicatore dell’espressione creativa.
Io stesso anni fa inventai un prodotto che per molti, mè compreso, era considerato altamente creativo. Un’esamina all’ufficio brevetti internazionale, escluse che fosse una vera innovazione in quanto derivato da semplice assemblaggio d’idee già esistenti. Eppure vi posso garantire che l’idea era nata all’interno di una scatola cranica (la mia) che non possedeva a quei tempi alcune di quelle conoscenze che all’ufficio ritenevano “ già esistenti”. Dobbiamo quindi ritenere quell’idea creativa oppure no? Riferita allo stato di conoscenze della persona che l’ha avuta, direi che può essere, senza ombra di dubbio, considerata un’idea creativa. Alla luce, invece, delle pre-esistenti conoscenze direi che per quelli dell’ufficio brevetti non era affatto qualcosa di nuovo. Questo ci conferma che non esiste, e mai potrà esistere, un metodo oggettivo per misurare la creatività.
E questo è il 2° elemento.

Ma allora che cosa distingue una persona creativa da un’altra che non la è?
Sappiamo che non è stato trovato nulla di diverso nel cervello di Einstein rispetto a quello di una persona normale. Neurofisiologicamente il cervello di Einstein è identico a quello di qualsiasi essere umano: nessun numero di neuroni in più, nessun aumento di connessioni sinapsiche o di volume. Eppure il suo cervello è da considerarsi speciale, giudicandolo dall’originalità dei suoi pensieri e dalla profondità delle sue astratte teorie.
Se quindi il cervello non centra nulla, che cosa distingue il genio dalla persona normale?
Dalle mie personali ricerche sono emersi preponderanti due fattori principali e comuni a tutti i geni: curiosità ed esperienza. Uno motivazionale, l’altro conoscitivo. Uno coinvolge la psiche, l’altro la memoria. Uno l’emotività e l’altro la personalità.

La scintilla
Analizziamo il primo di questi fattori: la curiosità, elemento definito come “desiderio di sapere”.
Nel genio questa definizione si espande fino a toccare i centri del piacere: il piacere psicologico dell’esplorazione, del vanto, dell’edonismo. Il bisogno di sicurezza, di controllare il mondo che lo circonda, di autorealizzazione, di riscatto sociale, secondo la scala di Maslow.
Questo modello di curiosità “emotiva”, nel genio, ha origini di tipo genetico, biologico, fisiologico, ma anche fonda le sue radici dall’ambiente, dall’esperienza educativa, dagli stimoli, dalle gratificazioni ricevute durante gli studi nonché dalla cultura sociale. Raramente,anzi mai, si trova un creativo che non sia curioso. La curiosità potremmo definirla come la scintilla di quella entità mentale che chiamiamo esplorazione che porta alla immaginazione: attitudine psicologica di riprodurre nella mente oggetti già percepiti e accostare liberamente, senza regole fisse, immagini, sensazioni, movimenti, esperienze e pensieri (ho ampliato la definizione riportata nei vocabolari, i quali si limitano a menzionare elementi come: immagini, concetti e pensieri).
È forte, nel creativo, il desiderio d’autorealizzazione, della scoperta, che porta sovente tali persone a cercare qualcosa che possa far parlare di “se”. Questa passione per l’investigazione, a volte, si trasforma, in lampi di genio, più frequentemente in più modeste idee creative.

Il carburante esplosivo
Il secondo elemento che contraddistingue il genio è il suo Know-How o meglio la sua acquisita esperienza. L’esperienza possiamo definirla come il “gas” della creatività, necessario affinché la scintilla (curiosità) dia origine all’accensione di una fiamma, capace di fare luce all’interno dei propri pensieri (colpo di genio, illuminazione, immaginazione).
Perché l’esperienza è così importante?
Prima di rispondere a questa domanda è doveroso effettuare una precisazione sul termine “conoscenza”. Con questa parola personalmente intendo riferirmi alla più estensiva definizione di “esperienza”. L’esperienza, oltre a comprendere la conoscenza (nozioni, dati, teorie), contiene anche l’aspetto, spesso trascurato, del coinvolgimento  dei sensi (visivo, tattile, uditivo, cinestesico…) e dell’emotività interiore (paura, gioia, ansia..).
Il campione sportivo, non sarà probabilmente mai creativo nelle materie scientifiche (fisica, matematica, filosofia, … ), ma lo sarà: nello sport; nella cinematica del proprio corpo; in cinestesia. Il campione sportivo, sa meglio di altri inventare schemi di gioco, attraverso la padronanza del movimento e del proprio corpo. La sua conoscenza? È l’esperienza che ha nella cinematica della propria struttura muscolare e sensoriale. Più attività sportive e diversificate la persona ha praticato e acquisito, maggiore è il bagaglio culturale relativo alla cinematica. Superiore sarà la probabilità che tale persona se ne esca, un bel giorno, con qualche performance superiore alla media.
La conoscenza è importante poiché in assenza di alcuna “sapienza” è pressoché impossibile esprimere un’entità come quella creativa. Tutte, e dico tutte, le creazioni della mente posseggono almeno un elemento già noto (effetto ponte o se lo preferite “ancoraggio”). Non esistono prodotti della mente che siano nate dal nulla. Invenzioni di questo tipo non riusciremmo addirittura a comprenderle, come fece notare Piaget.
<< Se un giorno mi capitasse di avere un’idea veramente nuova, sarei incapace di comprenderla>>

Ora credo si possa inquadrare in un’ottica diversa la nota frase di Einstein: << l’immaginazione è più importante della conoscenza>>. In realtà l’una non può fare a meno dell’altra. Sono facce della stessa medaglia.

L’esperienza è un altro degli elementi che ci serviranno per addivenire ad una definizione del termine “creatività”.

L’ultimo anello della catena
Prima di giungere ad una definizione quanto più esaustiva possibile della creatività, occorre introdurre l’ultimo e probabilmente il più importante degli elementi: la multidisciplinarità.
L’approccio multidisciplinare riguarda l’acquisizione di conoscenze, o più correttamente di esperienze, in più discipline, cioè in campi di studio adiacenti ma diversi tra loro.
Se pensiamo che la nostra esperienza è un binario all’interno del quale viaggiano i nostri pensieri, è spontaneo immaginare anche che colui che noi consideriamo “genio”, risulti essere una persona del tutto normale, intelligente ovviamente, che possiede però diversi binari sui quali viaggiare. Grazie alla sua multidisciplinare conoscenza, il genio “salta” da un vagone all’altro trovando, per processo FinFoa (processo descritto nel libro “Le Idee che Verranno”- Franco Angeli), una combinazione astratta di nuovi pensieri.
Ciò che accomuna Picasso (pittura), Leonardo da Vinci (scienza), Voltaire (filosofia, letteratura), Edison (inventore), Einstein (fisica), Dario Fo (teatro/recitazione), Micheal Jordan (sport) e molti altri personaggi famosi e geniali, non è l’intelligenza; non è la predisposizione genetica (non è stato trovato nulla di differente nel cervello di Einstein); non è l’essere stato un soggetto stravagante o sregolato; non è l’aver studiato a Stanford piuttosto che a Cambrige, è solo il pensiero curioso di una persona in possesso di una conoscenza multidisciplinare. Ciò che li accomuna è una vita ricca d’esperienze (positive o negative che siano), ricca di conoscenze in campi diversi. Questo è il serbatoio dal quale i geni attingono per generare le loro formidabili idee. Questa è la chiave di un successo di alto livello. Leonardo ha studiato: architettura, teatro, pittura, meccanica e medicina. Voltaire ha sperimentato dalla matematica all’astronomia, dalla fisica alla chimica, dalla psicologia alla storia, dalla morale alla politica. Negli anni del dopoguerra l’attività di Picasso si esplicò in molteplici settori: incisore, ceramista, modellatore, lavoratore del ferro, attivista politico, esploratore. Micheal Jordan, prima di diventare il campione mondiale di basket, aveva praticato nel football, nel nuoto, nel golf, nel baseball e molti altri sport.
La multidisciplinarità nasce probabilmente da un’insoddisfazione interiore, che porta una persona a cercar di pacare questa pungente tensione. Lo fa attraverso una continua ricerca di qualcosa che non riesce mai a trovare. Il personaggio geniale sente l’assoluto bisogno di sperimentare, di fare, provare e sbagliare. Senza questa inclinazione, la conoscenza rimane un “armadio” pieno di bellissime cose che non saranno mai utilizzate. Provare a toccare, tagliare e incollare, mettere insieme due cose per caso. Provare a pescare, far finta che abbocchi, tuffarsi nel fango, allungare il pensiero fino a raggiungere una stella lontana. Questo è ciò che fa di una persona dal normale cervello una mente creativa. Non si chiama pazzia. Non si chiama genetica. Si chiama voglia di esprimersi in un modo diverso. Eppure è così.
La maggior parte dei personaggi geniali  – Leonardo da Vinci, Voltaire, Picasso, Michelangelo, Einstein, Gandhi, Spielberg, Dario Fo, Mozart, Shakespeare, Versace, Michael Jordan e molti altri ancora – hanno sempre avuto vite piuttosto travagliate. Un vissuto ricco d’esperienze, di stimoli cognitivi, ma anche affettivi e relazionali. Maggiore è il numero d’esperienze acquisite, differenti tra loro, maggiore è la probabilità che da tale bacino di conoscenza si riesca ad estrapolare una combinazione inedita di utili elementi. Questo è quello che io definisco “ creatività multidisciplinare”. Questa è l’essenza per diventare dei creativi d’elevato livello, alias geni.
Multidisciplinarità non significa però acquisire di tutto purchè sia diverso. Significa acquisire conoscenze in campi tra loro adiacenti, sinergici. Tutte le persone di questo mondo fanno multi-esperienze. Impariamo a: giocare a calcio; a scrivere; a leggere; a risolvere problemi matematici; a suonar la chitarra e così via. Non per questo siamo automaticamente diventati dei geni. Lo si diventa quando le conoscenze che apprendiamo hanno un vasto bacino di elementi diversi alcuno dei quali comuni ad altri.

La definizione

Posto che la genialità creativa si esprime attraverso una combinazione d’esperienze multiple, e più precisamente è multidisciplinare, escludendo gli eventuali guizzi, generati più per casualità degli eventi che da un processo di profondo pensiero, possiamo sicuramente affermare metaforicamente che la creatività possiede questi principali elementi:
· come carburante, la “conoscenza”. Più è diversificata e multidisciplinare più è potente ed esplosiva;
· come motore, il meccanismo della “immaginazione”, della capacità di “astrazione”, i metodi e la tecniche di creatività;
· come batteria di accensione, la motivazione, la curiosità, il desiderio d’autorealizzazione;
· come autista, “l’uomo esploratore”, l’intelligenza di saper guidare il proprio pensiero verso precisi obbiettivi.
Un’auto (immaginazione), senza benzina (conoscenza), non va da nessuna parte e il carburante, da solo, serve a ben poco. Un’auto con la batteria (motivazione) scarica non parte nemmeno. Senza autista (uomo esploratore) l’auto rimane in garage. Un’autista senza meta (vision) spreca solo benzina.

Pertanto definiremo così il processo creativo:
«Creare consiste nell’estrapolare dalla mente, attraverso l’immaginazione ed il pensiero esplorativo, combinazioni di conoscenze ed esperienze che credevamo erroneamente estranee le une alle altre, ma che unite scopriamo avere il dono di generare un risultato “inedito” e “utile”. Maggiore è la quantità di esperienze che formano il bacino all’interno del quale la mente estrae le informazioni, maggiore è la probabilità che se ne ricavi un’idea inedita e forte »

È così che funziona la mente. È così che si esprime il pensiero immaginativo.
Questa è la mia personale definizione di “creatività”.

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