La Gestione Creativa dei Conflitti

Introduzione
“il conflitto vi dà l’opportunità di approfondire il vostro grado di empatia e intimità nei confronti dei vostri avversari. La vostra rabbia trasforma “l’altro” in un demone o un furfante stereotipato. Un atteggiamento difensivo, parimenti, vi impedirà di comunicare apertamente con il vostro oppositore o di ascoltare attentamente ciò che dice. D’altro canto, una volta che comincerete a dialogare con quella persona, farete rinascere il lato umano della sua personalità e riuscirete, di rimando, a esprimere il vostro. Inoltre, se gestirete i conflitti con integrità essi vi porteranno ad una crescita della consapevolezza ed a un miglioramento di voi stessi. La rabbia incontrollata, un atteggiamento difensivo e la vergogna vanno a minare tali possibilità. Tutti si sentono meglio una volta risolti i problemi e trovata una soluzione e si sentono peggio quando soccombono o falliscono nel risolverli L’amara verità è che le vittorie rabbiose portano ad una sconfitta a lungo termine. Gli sconfitti si ritirano, si sentono traditi e perduti, e conserveranno tale sentimento per il conflitto successivo. Il conflitto può essere visto semplicemente come un modo per imparare qualcosa di più in merito a ciò che non funziona e a come risolvere il problema. L’utilità della soluzione dipende da quanto profonda sia la vostra comprensione del problema. Questo è legato alla vostra capacità di ascoltare, che dipende, a sua volta, dall’arresto del ciclo di escalation e dalla ricerca di opportunità e di miglioramenti.”

L’idea del conflitto, come motore delle cose e forza positiva, risale alle origini del pensiero filosofico. Secondo Eraclito (544-483 a.C.) il conflitto caratterizza la vera natura della realtà (è «madre di tutte le cose»); nel frammento 80 afferma :«Occorre sapere che il conflitto è comune, che il contrasto è giustizia, e che tutte le cose accadono secondo contrasto e necessità», e che in ciò che «discorda sta l’armonia più bella».
Il conflitto sociale è un’interazione tra attori (individui, gruppi, organizzazioni ecc.) in cui almeno un attore percepisce un’incompatibilità con uno o più attori nella dimensione del pensiero, della percezione, della volontà ecc. in una maniera tale che la propria realizzazione venga ostacolata da quegli attori o dalla situazione ad essi connessa. Per dirla con uno dei massimi studiosi di psicologia sociale, Kurt Lewin, “una situazione in cui le forze di valore approssimativamente uguale ma dirette in senso opposto, agiscono simultaneamente sull’individuo”.
Il conflitto appartiene alla natura umana ed è utopico pensare ad un mondo senza conflitti, ma non può essere identificato con la violenza, che è solo uno dei tipi di comportamento in cui esso si manifesta .
La sfida è quella di ridurre gli effetti indesiderabili e distruttivi di una situazione conflittuale, uscendo da stati di impasse, attraverso un graduale passaggio da una condizione di confusione e sofferenza, originata dal conflitto, ad una posizione di nuovo equilibrio.
Nel conflitto esiste un’opportunità di sviluppo e crescita, uno spazio di possibile creatività, in cui attivare competenze legate alla negoziazione ed alla comunicazione; pertanto non deve essere messo a tacere o curato, come un male della società, piuttosto controllato e gestito perché è un segnale (sintomo) per ridefinire la situazione. Una interessante prospettiva viene dalla cultura cinese, per la quale la parola “conflitto” si rappresenta con un ideogramma composto dai simboli che significano rispettivamente Pericolo e Opportunità.
Il conflitto non ha, dunque, né una natura imprescindibilmente benigna né, al contrario, maligna: è il nostro agire di conseguenza che può farlo diventare una reale occasione di crescita o un momento di scontro aperto e di rottura della relazione.

Come in ogni interazione umana, anche nel conflitto tra individui l’assenza di comunicazione è impossibile (Watzlawick, 1964) ed è nelle dinamiche comunicative che questo si esplicita, si conserva, si accresce. È logico pensare, quindi, come conferma la letteratura specifica, che le competenze comunicative rappresentino lo strumento adatto per affrontare e gestire tali circostanze.

Come si è già visto, Watzlawick insegna che l’aspetto relazionale nelle dinamiche comunicative sociali classifica l’aspetto di contenuto. Per la pragmatica della comunicazione umana il disaccordo a livello di relazione è molto più importante del disaccordo a livello di contenuto (Di Fabio, 1999). In tal senso, è utile distinguere concettualmente cosa si intende per contrasto e ciò che, invece, è individuabile più propriamente come conflitto. Se la comunicazione consta di ciò che si dice (contenuto) e di come lo si dice (relazione), anche le problematiche connesse alla relazione tra le persone possono essere distinte in:
– contrasti: “difetti” di comunicazione riconducibili alla dimensione di contenuto, ovvero divergenze di opinioni,
– conflitti: “difetti” di comunicazione afferenti alla dimensione della relazione. In queste situazioni, il contenuto della comunicazione passa in secondo piano; l’attenzione si sposta prevalentemente sulla relazione, dunque sul “come” si sta comunicando e non tanto sul “cosa” .

Proseguendo in quest’ottica e parafrasando le categorie offerte da M. Sclavi (2003), la gestione dei conflitti passerà quindi dalla presa di coscienza delle modalità con cui si partecipa a tali contesti (autoconsapevolezza emozionale) nonché del ruolo e delle caratteristiche, anche emotive, dell’interlocutore (ascolto attivo-empatico) impossessandosi delle tecniche della comunicazione efficace. Da qui, la terza dimensione da considerare nella risoluzione dei conflitti, la creatività: abbandonando schemi rigidi (come torto/ragione), affrontando le resistenze a prendere in considerazione vie alternative, inizialmente inconcepibili, bizzarre o controintuitive, la gestione dei conflitti diviene creativa. Come sottolinea l’autrice Sclavi, questi tre assi sono sempre strettamente interconnessi tra di loro .

1) Autoconsapevolezza emozionale

Analizzando le reazioni che più comunemente emergono in occasione di contesti difficili o situazioni conflittuali, è possibile farsi un’idea di quanto la dimensione emotiva venga chiamata in causa in tali situazioni. Interruzione o distorsione della comunicazione, assenza di riconoscimento reciproco, rigidità fisica e mentale, sfiducia, desiderio di vendetta, violenza e così via sono tutti esempi riconducibili ad emozioni fondamentali quali paura, rabbia, o complesse quali l’imbarazzo, la vergogna, il senso di colpa, l’invidia, la gelosia, il disprezzo eccetera (D´Urso e Trentin, 1992).
Il linguaggio con cui le emozioni emergono più chiaramente ed intensamente è quello non verbale, corporeo, che può utilizzare vie analogiche o digitali, con codici diversi da quelli verbali, ma ugualmente inseriti negli scenari paradigmatici dell’organizzazione sociale della nostra cultura.

Spesso si tende a considerare l’aspetto emotivo dell’interazione sociale come disturbante, irrazionale ed antitetico rispetto all’armonizzazione delle relazioni o al raggiungimento degli obiettivi che ci prefiggiamo di raggiungere nelle attività sociali (come ad esempio nel lavoro). Questa visione rimanda ad un ascolto di sé di tipo passivo (es. le emozioni emergono, riesco a controllarle o meno, agisco guidato da esse se non interviene la ragione) che risulta controproducente nella comunicazione efficace, dove l’ascolto (anche quello rivolto al sé) risulta funzionale se attivo.
Sapersi ascoltare, sviluppare autoconsapevolezza emozionale significa iniziare a concepire le emozioni come informazioni relative alle modalità con cui il nostro corpo, data una certa situazione, ritiene adeguato attivarsi («nell’emozione “il corpo si comporta”» Galimberti, 1994); non va trascurato inoltre, che in questo processo intervengono anche la lettura che della situazione effettuiamo alla luce del nostro percorso evolutivo, della nostra cultura di riferimento e delle esperienze simili in cui siamo già incorsi.
Sviluppare la capacità di leggere le proprie emozioni come espressioni di “un’intelligenza più complessiva” che invia segnali predittori di comportamenti, pone l’individuo in una posizione di scelta attiva: l’emozione mi informa su di me e sulla situazione, quindi posso scegliere come adattare di conseguenza il comportamento previsto o se usare una strategia alternativa.

Ascoltandosi con maggiore efficacia è possibile cambiare ottica sulle nostre reazioni, comprendendole ed accettandole. Un esempio è offerto da Scotto (1998): “l’ansia e il timore, prima e durante il conflitto, sono aspetti fisiologici : l’uomo imperturbabile è culturale, non naturale” o ancora “l’ansia deriva dal timore che il confronto con l’altro mi destrutturi, cioè metta in crisi, mini le mie basi, la mia fiducia in me, la mia immagine di me; in tal senso, il confronto con l’altro è un’eco del mio confronto con le parti diverse di me stesso/a”.
Prendere coscienza di questi ed altri aspetti della “vita emozionale” nel conflitto, verificandoli in noi stessi, conferisce serenità nel rapporto con l’altro, un maggiore senso di efficacia (Bandura, 1996) e predispone all’instaurazione di quei circoli virtuosi, risolutivi dei conflitti, di cui alla nota 3 nella pagina precedente.

Vale la pena accennare qui al ruolo rivestito dalla paura nella creazione, conservazione o escalation verso la violenza dei conflitti.
La letteratura specifica offre una triplice classificazione:
1 La paura della collera di un’altra persona è uno dei timori più diffusi. Si manifesta con l’impossibilità di affrontare persone autoritarie che hanno imposto una propria posizione up su una down, per cui si finisce per privilegiare quei comportamenti, spesso stereotipati, relativi a questo paradigma di relazione.
2 La paura di essere rifiutati, derisi o venire ostracizzati, invece, impedisce di assumersi rischi o di essere aperti e onesti nella propria carriera lavorativa, così come nelle relazioni interpersonali. Anch’essa, come schema comportamentale, richiede molto tempo per essere modificata. Occorre che la persona cominci ad osservare se stessa con onestà e sincerità, chi è, che posizione occupa e che cosa pensa, sente, come agisce.
3 La paura di ascoltare può portare la persona a discutere per anni senza mai affrontare il conflitto vero e proprio. Ciò implica la ricerca di un buon alibi che permette di evitare l’accettazione di se stessi e, conseguentemente, degli altri. Il nervosismo dell’uno viene così trasmesso all’altro, volendo entrambiaffermare la veridicità delle proprie ragioni, ma, dal momento che non si intende affrontare veramente il conflitto, ci si rifiuta di ascoltare l’altro e quindi di capire.
Di solito la prima persona che non si vuole ascoltare è se stessi. Diventa in questi casi essenziale ascoltarci, lasciando che l’altro, facendoci da specchio, ci restituisca quegli aspetti di noi stessi che non volevamo accettare perché troppo dolorosi e che, quindi, abbiamo finito per proiettare al di fuori di noi, nell’altro .

Chi evita di affrontare il conflitto, chi ne ha paura, in genere teme di riconoscere se stesso e mettersi in discussione. La maggior parte di noi è a disagio quando deve affrontare un conflitto, e a meno che la situazione non diventi davvero dolorosa e insopportabile, si finisce con l’abituarsi allo status quo. Difatti, in genere non piace il cambiamento ed è apparentemente più facile accettare ciò che si conosce (principio di omologazione) piuttosto che affrontare un qualcosa che è diverso dall’idea di noi stessi che abbiamo sviluppato.

2) Ascolto attivo-empatico

Abbiamo già visto quanto sia determinante l’aspetto legato alla relazione insito nella comunicazione interpersonale, soprattutto se volta alla risoluzione di conflitti o impasse comunicative.
Trasferendo informazioni e interagendo, i soggetti definiscono il loro rapporto e implicitamente se stessi. L’atto comunicativo è permeato della definizione che l’individuo da di sé, come se insieme all’informazione di contenuto il soggetto avesse esplicitato un messaggio tipo: “ecco come mi vedo”.
In tal senso, i feedback che forniamo negli scambi comunicativi possono essere visti proprio come reazioni alla definizione che l’altro ha dato di sé.
La Scuola di Palo Alto distingue tre modi di reagire a questo piano di comunicazione, gestito soprattutto dal linguaggio analogico (Di Fabio, 1999):

– il rifiuto si basa sulla non accettazione della definizione che il soggetto ha dato di sé comunicando, ma in ogni caso presuppone il riconoscimento di ciò che si rifiuta e non la negazione della realtà del giudizio stesso. Il rifiuto si può esemplificare con la frase: “tu hai torto”.

– la disconferma non si occupa della verità o falsità della definizione che il soggetto ha dato di sé, ma nega la realtà del soggetto come emittente della comunicazione. Si può esemplificare con tutti quei comportamenti non-verbali volti alla trasmissione del messaggio: “tu non esisti”

– la conferma prevede l’accettazione della definizione che il soggetto che ha comunicato ha dato di sé. Considerando che l’essere umano ha bisogno di comunicare con gli altri per avere consapevolezza di sé , è facile intuire come la conferma dell’altro, a prescindere dalla natura del messaggio (sia esso aggressivo, manipolativo, propositivo e così via), rappresenti il primo passo verso nuove soluzioni e verso la possibilità che l’interlocutore si senta “al sicuro” e ricerchi a sua volta le migliori possibilità espressive, anche nei contenuti, evitando incomprensioni. In senso esemplificativo, la conferma è un messaggio tipo: “sei importante, ho stima di te, riconosco, rispetto il tuo punto di vista e quindi la tua individualità”

La condizione che consente un’interazione comunicativa efficace e non disturbata è, appunto, che ogni interlocutore si accorga del punto di vista dell’altro, riconoscendo il fatto che vi è sottesa l’immagine che ogni interlocutore ha di sé. La mancanza di consapevolezza delle percezioni interpersonali nella comunicazione viene indicata come impenetrabilità.

La capacità di ascolto attivo non può quindi essere disgiunta dalla capacità di osservazione competente, svincolata da distorsioni di ordine soggettivo quali (Mucchielli, 1987):

– interpretazione soggettiva – proiettiamo significati nostri sulla situazione e sulle parole dell’altro
– deformazione professionale – rispondiamo con una condotta abituale, facendo ricorso a modalità consolidate, sicuramente ben accette, minimizzando il rischio di turbare l’altro e il contesto e/o evitando l’emersione di reazioni a cui non sapremmo far fronte.
– significato razionale – ci fermiamo al significato letterale, numerico dell’espressione o della frase.

Un ulteriore livello di disturbo, forse il più difficile da escludere, è quello dei condizionamenti e degli stereotipi sociali, intesi come modalità rigide di concepire e valutare le persone appartenenti ad un gruppo perché si è impregnati dei modelli del proprio gruppo.
Ad ogni buon conto, l’errore da non commettere, arrivati a questo punto, è quello di considerare l’osservazione delle modalità espressive dell’altro come un processo di “ricerca scientifica” da cui è auspicabile estromettere la valutazione personale. Tutt’altro. È proprio la presa di coscienza del ruolo attivo che occupiamo nell’interazione a costituire il “valore aggiunto”. È compito soggettivo selezionare gli aspetti da prendere in considerazione, quali amplificare, quali sottintendere, quali evitare e così via. È nel “come” rimandare all’altro il nostro punto di vista che si costruisce una comunicazione consapevole ed efficace.

Non è risolutivo affermare: “il tuo comportamento è aggressivo”; risulta più funzionale un messaggio tipo: “questo comportamento ha per me valenza aggressiva”. È conveniente usare un linguaggio che non escluda che potremmo vedere le cose anche da un punto di vista diverso.

Proseguendo in quest’ottica, si comprende l’importanza che rivestono, quindi, i messaggi analogici, considerati dai massimi autori (Watzlawick, Bateson, James, Vygotskij e così via) come invocazioni di relazione: il comportamento comunicativo accenna e/o propone quello che il soggetto ha intenzione di fare (amare, odiare, combattere, ecc.), ma spetta all’altro l’attribuzione di valore di verità, positività, negatività e così via.

Lo schema seguente semplifica e riassume quanto sin qui visto sulle modalità di ascolto dell’interlocutore:

Ascolto finto: Ascolto “a tratti”, lasciandosi catturare da distrazioni, dall´immaginazione e comunque fidandosi dell´intuito che precocemente cattura le cose “importanti” tralasciando quelle meno importanti. Ascolto quindi passivo, senza reazioni, vissuto solo come opportunità per poter parlare.
Ascolto logico: Ci si sente già soddisfatti quando ci si scopre ad ascoltare applicando un efficace controllo del significato logico di quello che ci viene detto. L´attenzione sarà concentrata sul contenuto di ciò che viene espresso ed anche l´interlocutore potrebbe avere l´errata convinzione di essere stato capito.
Ascolto attivo – empatico: Ci si mette in condizione di “ascolto efficace” provando a mettersi “nei panni dell´ altro”, cercando di entrare nel punto di vista del nostro interlocutore e comunque condividendo, per quello che è umanamente possibile, le sensazioni che manifesta, siano esse implicite (linguaggio analogico), siano esse esplicite (linguaggio numerico) Attenzione: da questa modalità è escluso il giudizio, ma anche il consiglio e la tensione del “dover darsi da fare” per risolvere il problema.

Praticare l’ascolto attivo significa ascoltare con il senso dell’udito ma anche con quello della vista, stimolando tutto il corpo a diventare ricettivo in modo da cogliere con la maggior attenzione e fondatezza possibile la comunicazione non verbale dell’altro. Riprendendo concetti introdotti nel primo fascicolo, è necessario, quindi, acquisire la capacità di “leggere” in toto il messaggio comunicativo, rilevando più aspetti possibili sia della comunicazione numerica che di quella analogica.

Per tracciare un parallelo tra l’ascolto rivolto a sé e quello rivolto verso l’esterno, ad ulteriore conferma dell’interconnessione dei tre assi proposti, è utile concentrarsi a questo punto sull’uso più opportuno che dovrebbe essere fatto degli aspetti di relazione, delle informazioni sulle sue reazioni e sensazioni che, con l’ascolto attivo-empatico, abbiamo ottenuto sull’interlocutore. Il risultato che si ottiene è comunemente indicato come atteggiamento assertivo (McKay, Davis e Fanning, 1995).

L’assertività prevede per il soggetto la possibilità di sperimentare la modalità attiva, in qualità di protagonista consapevole, ma non prevaricante. Il comportamento assertivo tende a produrre influenze positive nell’ambito relazionale, in quanto il soggetto è generalmente percepito come autentico, rassicurante ed in grado di comprendere gli altri (Di Fabio, 1999).
Tutti gli elementi sin qui analizzati trovano posto nella comunicazione assertiva (es. angolo di visuale del soggetto, sue sensazioni e desideri rispetto alla situazione, considerazione dei feedback restituiti dall’interlocutore). Un esempio può essere il seguente: “Ritengo che molti aspetti ci accomunino. Questa serata passata insieme è stata molto piacevole. Desidererei conoscerti meglio, mi piacerebbe rivederti la prossima settimana”.

Sotto il profilo della comunicazione non verbale, l’assertività tende ad esprimersi con un atteggiamento posturale eretto, saldo ed equilibrato, sicuramente non rigido. Gli occhi tendono allo sguardo reciproco senza indulgere eccessivamente in un comportamento visivo di fissazione dell’altro, comunicando apertura, disponibilità e piena congruenza tra linguaggio numerico e analogico.

3) Gestione Creativa

Due ragazzi litigano per un’ arancia. Alla fine i due si mettono d´accordo e dividono il frutto a metà. A questo punto la ragazza mangia la polpa e getta la buccia, il ragazzo prende la buccia per farne una torta e getta via il resto. Chiarendo gli obiettivi e “inventando” una soluzione sarebbe stato possibile un esito ottimale del conflitto:
a lei tutta la polpa, a lui tutta la buccia.
Fischer-Ury-Patton, 1991

La citazione introduttiva appartiene a Roger Fisher e William Ury, due autori che rappresentano i maggiori esponenti della negoziazione creativa, elevata a campo di studi specifici dopo la pubblicazione del loro testo L’arte del negoziato .
L’esempio riportato è una chiara dimostrazione di come l’uscita da logiche “rigide” e la sospensione del giudizio permettano l’ampliamento delle soluzioni possibili e l’aumento del beneficio per ogni parte coinvolta.
Secondo tale prospettiva è quindi essenziale:
a) separare le persone dal problema
b) mettere a fuoco gli interessi e non le posizioni

Mettersi sulla buona strada per superare l’impasse connessa alle situazioni conflittuali significa evitare di rimanere “accecati” da ciò che di “loro” (l’altro o gli altri attori coinvolti) sappiamo o pensiamo di sapere, dall’idea di “loro” che abbiamo così elaborata, dall’appartenenza a questo o a quel gruppo e, non di meno, dalla convinzione che da semplici caratteristiche individuali discenda direttamente la posizione assunta nel conflitto (ad es. “il mio collega non mi appoggia perché è un milanese opportunista”).

È necessario concentrarsi il più possibile sul problema e sugli interessi che si celano dietro al problema stesso.
Approfondendo l’esempio dei due bambini che si spartiscono l’arancia, se pensiamo al “compromesso salomonico” come unica via di risoluzione del problema, ci aspettiamo fin dall’inizio che la posta in gioco (un’arancia) debba essere equamente divisa in due parti uguali (½ + ½ = 1) come ogni genitore responsabile si sentirebbe di fare. Tale risoluzione viene indicata con la dicitura “a somma zero” (un’arancia meno ½ arancia meno ½ arancia = zero). Il superamento della cornice di riferimento (spartire un’arancia) permette di risolvere il problema con una “somma variabile”: l’arancia è oggettivamente una sola ma l’esplicitazione degli interessi in gioco raddoppia la posta (si ottiene cioè lo stesso risultato che si avrebbe con due arance: ogni bambino prende un’arancia e, gettando via la parte che non interessa, ottiene il medesimo risultato, o tutta la buccia o tutta la polpa di un frutto intero).

Semplificando: le parti si incontrano e si confrontano sulla base degli interessi che hanno generato le rispettive posizioni.
La posizione è semplicemente specchio di una delle possibili soluzioni a cui facciamo riferimento, nulla esclude che esistano soluzioni diverse altrettanto soddisfacenti e che migliorino il risultato per ogni parte coinvolta.
La sfida è dunque quella di produrre quante più soluzioni possibili: non si vuole dividere la torta, ma espanderla.

La produzione creativa di alternative, soprattutto quando la situazione conflittuale riguarda direttamente il rapporto fra individui, non può prescindere dal miglioramento delle capacità che abbiamo affrontato nei paragrafi precedenti (ascolto attivo e consapevolezza emozionale): l’obiettivo è quello di ottenere più informazioni possibili sugli attori del conflitto, vale a dire noi stessi e gli altri. Quanto più accurata sarà questa raccolta, tanto più facile sarà elaborare soluzioni creative e alternative risolutive.

Riuscire a vedere e sentire il proprio punto di vista come fossimo l’altro, riuscire a vedere e sentire il punto di vista dell’altro come il risultato dello stesso processo che ha prodotto il nostro, comprendere il linguaggio delle emozioni (relazionale e analogico) e utilizzarne il valore conoscitivo su come guardiamo una data situazione, tutte queste importanti capacità rischiano però di non essere sufficienti se non diventiamo abili nello svincolarci dalle “cornici” in cui ci troviamo o in cui noi stessi ci releghiamo.

Ecco un esempio fornito da Watzlawick nel testo Change (1974) che spiega la differenza tra tentare soluzioni nella cornice (che l’Autore chiama cambiamento1) e risolvere la situazione cambiando la cornice (cambiamento2):

una persona che ha un incubo può tentare molte cose nel suo sogno: correre, nascondersi, lottare, strillare, saltare da un dirupo ecc., ma nessun cambiamento da uno qualunque di tali comportamenti a un altro porrebbe mai fine all’incubo. […] destarsi, evidentemente, non fa più parte del sogno, ma è un cambiamento ad uno stato completamente diverso.

Diventare buoni ascoltatori, buoni osservatori e buoni comunicatori facilita quegli “spostamenti” e quelle “rotture” o “trasformazioni” dei vincoli che impediscono la produzione di soluzioni creative ai problemi e ai conflitti.

Occorre anche tenere a portata di mano uno strumento delicato e potente: l’ironia.
Come forme indirette ed oblique di comunicazione, l’ironia e l’umorismo rappresentano un modo di creare legami e praticare un certo controllo sociale, grazie ad una modalità “corale” data la tendenza che tali pratiche hanno nel coinvolgere gli altri (Mulholland, 1991).
Goffman (1955) sottolinea la riduzione dello stress connessa all’uso di forme scherzose che sono utili nella negoziazione di quelle azioni potenzialmente minacciose per l’immagine personale. Lo humour si presenta perciò come importante strumento e parziale soluzione creativa del conflitto.

L’ironia, soprattutto nella forma dell’autoironia, non deve essere vista come resa apparente, come fittizia accettazione parziale del dominio dell’altro; al contrario, può creare una forma di empatia diffondendo un “atteggiamento rilassato”, sdrammatizzando l’enfasi e ridimensionando le situazioni. È il caso dell’autoironia, dove gli individui si proteggono esagerando i propri difetti e scherzando sulle proprie qualità (Hay, 2000).
L’umorismo, l’ironia e l’autoironia rappresentano una risposta libera e la riaffermazione della padronanza di sé; sono esperienze ludiche, che, quando gestite con sapienza, incorporano ogni aspetto sin qui affrontato e rappresentano un buon esempio di soluzioni gioiose del conflitto.
Secondo Sclavi (2003) “per diventare esperto nell’arte di ascoltare” e quindi di risolvere in modo positivo i conflitti “devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare” e a vedere, nel senso attivo del termine, “l’umorismo viene da sé…”.

Conclusioni

È possibile pensare al conflitto, non più come esperienza negativa, ma come parte integrante e inevitabile della nostra vita. Esso ci dà la possibilità di abbattere la nostra “resistenza al cambiamento”, permettendoci, una volta superata la crisi, di crescere.

A questo punto diventa necessaria la mediazione del conflitto e la sua gestione, altrimenti la crescita e lo sviluppo insito in esso potrebbero non essere raggiunti e si rischia pertanto di analizzare solo i sentimenti negativi che accompagnano solitamente le situazioni conflittuali. La gestione del conflitto, in realtà, aumenta l’autoconsapevolezza, comporta lo sviluppo di empatia, annulla la coazione a ripetere, evitando nei rapporti intra ed interpersonali di ritrovarsi ancora coinvolti in conflitti dolorosi, aggressivi e violenti.

La risposta migliore alla conflittualità consiste, per prima cosa, nella capacità di separare i sentimenti, o le paure riguardo persone e situazioni, dalla realtà delle circostanze. Distaccandoci dalle nostre emozioni potremmo avere una visione della situazione più calma e obiettiva, senza distorcere, attraverso il filtro dei sentimenti, i fatti.
Le emozioni vanno riconosciute, esse sono reali e infatti coinvolgono gran parte delle nostre energie sia fisiche che psichiche. Quando non gli diamo il giusto peso e le reprimiamo, finiscono con l’accumularsi aspettando solo il momento di esplodere. Al contrario, quando le emozioni invadono tutta la nostra persona e non ci permettono di ragionare, potremmo incorrere nel grave errore di perdere le “redini della situazione” e permettere alla collera di prendere il sopravvento.

La collera da alcune religioni orientali è vista come la grande forza che può condurre a consapevolezza, per cui anche l’esperienza della collera può essere positiva se espressa in modo costruttivo. Quindi il problema non è quello di evitare il conflitto, ma di affrontarlo con la massima consapevolezza e responsabilità.

Molto spesso, nella vita reale, non è tanto facile dominare le emozioni e avere la massima lucidità nello gestire i conflitti, per cui il primo muro che si erige tra le parti in conflitto è quello dell’ assenza della comunicazione (sbattere la porta e non parlare più sono le sanzioni più diffuse nei conflitti interpersonali). La situazione diviene problematica quando l’interruzione della comunicazione si protrae nel tempo, producendo una pericolosa cristallizzazione del conflitto.

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