Françoise Dolto… dalla Parte dei Bambini

Riflettendo su quanto di importante e fondamentale si apprenda spesso fuori dal percorso formativo universitario, mi sono detta che questo è vero soprattutto per quello che riguarda il rapporto umano con i piccoli pazienti: niente di tutto ciò che possiamo trovare sui libri di psicologia dello sviluppo o dell’educazione può rendere merito all’esperienza unica e irripetibile fatta direttamente con queste piccole anime.
Mi è così venuto in mente di scrivere un piccolo contributo e omaggio a colei che attraverso i suoi libri è riuscita in maniera eccellente a trasmettere il senso e valore di questo speciale rapporto, sia ad un lettore-esperto (psicologo o educatore che sia) ma soprattutto a un lettore-genitore, cui spetta il compito di confrontarsi giorno per giorno con questo mondo straordinario.
Nucleo fondamentale dell’opera di Françoise Dolto è un profondo rispetto per il bambino nella sua natura più intima: ”l’amore da solo non basta”.
Come rileva Silvia Vegetti Finzi (1997) “chi si accinge a leggere i suoi scritti si trova nella condizione del viaggiatore che si imbarchi per un viaggio di cui conosce la meta ma non la rotta. Occorre che si lasci andare alle emozioni, alle suggestioni, agli imprevedibili collegamenti che le parole stabiliscono fra di loro, all’insaputa di chi parla, delle sue consapevoli intenzioni”, perché al di là degli importanti e mai scontati contenuti appare subito l’incantevole bellezza di queste pagine, nelle quali la Dolto riesce a descrivere episodi di sviluppo e tappe di crescita del bambino riempiendo ogni riga di un’emozione unica, conosciuta in special modo dai genitori che assistono stupiti a ogni nuovo traguardo: si tratta di descrizioni “romantiche” (che nulla hanno a che vedere con le classiche tappe da manuale) intrise di intimi ricordi di vita familiare.
Questa sua competenza ha radici lontane, nasce dal suo essere stata bimba “osservatrice e recettiva” prima ancora che psicanalista e mamma.
Gli episodi in cui Françoise bambina si occupa del fratellino e deduce conclusioni degne del più moderno psicologo psicosomatista, così come il racconto delle “babbucce di Abukassem”, libro le cui immagini l’hanno spinta a voler apprendere la lettura quando aveva cinque anni, sono solo alcuni esempi autobiografici che ci fanno capire come già in quella bimba che sognava di diventare un medico per i bambini ci fosse una futura grande passione per un mestiere che se fatto con tutti noi stessi può dare enormi risultati.
Certo la Dolto era particolarmente dotata, riusciva magicamente a parlare con i bambini nel loro linguaggio o nel loro “non-linguaggio” ( “ma in un bambino che non parla come riconosci il senso di solitudine che si impadronisce di lui all’improvviso?” “non so come. Lo sento” risponde lei…) quasi come se fosse un dialogo fra i due mondi dell’inconscio. Allo stesso tempo però Françoise parla ai piccoli un linguaggio adulto, sostenendo che essi comprendono tutto, fin dai tempi in cui sono nella pancia della mamma e ascoltano i suoni provenienti dalla voce dei genitori.
E’ partendo da questo che essa cerca di “educare” i genitori dei piccoli che vengono alla “Maison Verte” a un nuovo tipo di rapporto con i loro figli, che ha alla base il rispetto di ognuno di loro come individuo.
Ogni essere nasce con una sua unicità, di carattere, di comportamento ma soprattutto di “anima” e il genitore deve rispettare e promuovere lo sviluppo di questo bene prezioso, che è si parte di sé, ma anche qualcosa di profondamente diverso da coloro che lo hanno generato.
“nessun bambino è senza genitori e nessun bambino è dei genitori. Ogni bambino è se stesso e, come tale, non assomiglia a nessuno. Nato dalla congiunzione di tre desideri: quello del padre, della madre e il suo, darà atto a una vita che dobbiamo riconoscere esserci ignota.”
C’è già un piccolo nucleo di volontà in nuce in ogni bimbo che viene al mondo e che si esplica nel rapporto con gli altri, con i genitori in primis e nella socialità in un secondo momento, per questo il genitore non può e non deve essere un “narciso” nel dare amore al proprio figlio, intessendo questa relazione sul do ut des dell’aspettativa né tanto meno della pretesa. D’altra parte però, nemmeno ci si può nascondere dietro la sicurezza di un dover fare, dire o comportarsi espressa da qualcun altro (medico, psicologo, educatore) nella gestione del rapporto col proprio figlio. La soluzione migliore suggerita dalla Dolto è di far parlare il bambino, fargli esprimere le sue necessità e desideri, anche semplicemente ascoltandolo con la voce dell’intuito materno che è in contatto più profondo con il sé del neonato. Il lavoro di Françoise, lascia libera manifestazione allo speciale e unico legame genitori-figli, ponendo però un unico monito-veto: non intestardirsi a voler modificare e plasmare il bambino a quelli che sono valori, atteggiamenti, desideri dei genitori.
Lasciare che il bambino apprenda l’autonomia significa “lasciare che si impadronisca della sua libertà e la usi”, significa allo stesso tempo avere il coraggio di prendersi la propria come genitore (e magari anche farsi accusare) ma sempre spiegando perché lo si fa, di modo che successivamente lui stesso possa capire con cognizione che cosa gli si addice di più. E’ il modo in cui i bambini vivono in famiglia che li prepara ad assumersi l’autogoverno e il senso di responsabilità nell’indipendenza che a poco a poco acquisiscono nei confronti dei genitori; in questo modo diventeranno adolescenti coscienti dei rischi della vita e capaci di assumerseli soprattutto se i genitori avranno fiducia in loro – perché consapevoli di averli a suo tempo preparati ad affrontare le prove in cui dovranno imbattersi.
La Dolto non nasconde però la sua preoccupazione per il fatto che in molti casi (e questo è ancora più vero oggi) l’amministrazione miri ad aumentare i fondi per i nidi d’infanzia facendo attenzione a liberare la madre dalla schiavitù della dimensione domestica ma senza valutare la preparazione del bambino all’entrata in una struttura del genere.
L’individuazione del bambino è un processo lento, attuabile solo attraverso un forte radicamento alla sua identità, nella valorizzazione sociale e affettiva del nucleo familiare di cui fa parte e uscirne troppo presto o troppo in fretta può pregiudicare il suo sviluppo.
Per questi motivi il progetto di Françoise è più ampio e parte dai primi giorni di vita, attraverso la frequentazione della Maison Verte, la casa dei bambini. Qui il bambino è trattato come un soggetto, nessuno viene schedato, l’anonimato è rispettato e l’unica cosa che conti è la presenza umana; anche il genitore ha occasione di tenersi occupato e incontrare i propri simili, mentre l’equipe che accoglie (2 donne e 1 uomo) non ha alcun compito terapeutico, non compie osservazioni formali né esperimenti prestabiliti, ma è semplicemente disponibile, attenta, impegnata nell’ascolto dei piccoli. Si attua un dialogo autentico con ogni bambino su tutto ciò che lo riguarda, sia nei discorsi dei genitori sia in ciò che lui stesso sta facendo e che, magari, rischia di deluderlo o di ostacolarlo nella relazione con gli altri.
Lo sviluppo di un bambino è una cosa estremamente delicata, della quale occorre essere consapevoli per aiutare a pieno i piccoli a crescere bene: sarebbe auspicabile che in ognuno di noi esistesse la volontà di riuscire a essere un “medico dell’educazione” , ovvero, per dirlo con le parole di Françoise-bambina “un medico che sa che i bambini possono ammalarsi per cose dell’educazione” e li aiuti ad esprimersi a trovare le parole per dirlo.
Rinnovo l’invito alla lettura di questi testi straordinari, lasciando alla sensibilità e alla curiosità di ciascuno coglierne tutte le risonanze e provocazioni (Vegetti Finzi, 1985), per un processo di crescita personale che non ha mai fine.
Libri, Psicoterapie
Accanto alla Famiglia del Malato
Come aiutare la famiglia nel prestare assistenza quando si ammala…
Lavoro, WIKI
Rapporto fra Organizzazioni e Risorse Umane
Parlare di organizzazioni significa prendere in considerazione una realtà che…
Miglioramento
Scoachati? Meglio… Coachati!
Ci sono tante persone che si lamentano costantemente per una…























